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Trombosi, in gravidanza il rischio si moltiplica!

27/11/2015

In gravidanza in ogni donna il sangue tende a coagulare più del normale. Perchè accade questo? «La donna – dice la dottoressa Lidia Rota, presidente di ALT-Associazione per la lotta alla trombosi e alle malattie cardivoascolari – nella preistoria partoriva da sola, nella foresta, e correva il rischio di morire dissanguata: è per proteggerci da questo rischio, probabilmente, che il nostro sangue in gravidanza coagula più del normale, e dopo il parto in modo ancora più accentuato! Questa aumentata tendenza del sangue a coagulare si verifica in ciascuna donna in terapia ormonale o in gravidanza: è misurabile, ed è diversa in ciascuna donna. Un sangue che coagula troppo può causare trombosi: ogni donna ha un rischio quadruplicato in gravidanza di sviluppare una trombosi, rischio che dopo il parto aumenta fino a 25 a 60 volte! E questo vale per ogni singola donna rispetto a se stessa quando non era incinta».

(Per approfondire leggi qui: Trombosi, più prevenzione significa meno flebiti, meno embolia)

Il sistema della coagulazione è un mondo sofisticato e straordinario: arresta l’emorragia, guarisce le ferite, guida la cicatrizzazione. «Perché il sangue coaguli nella giusta misura», continua la dottoressa Rota, «né troppo né troppo poco, ci sono nel sangue fattori pro coagulanti, che lo fanno coagulare e fattori anti coagulanti, che lo trattengono dal coagulare troppo. Se questi fattori sono in proporzione adeguata fra loro, e soprattutto se sono efficienti, il sangue coagula solo quando deve, né troppo né troppo poco. Alcuni di noi nascono con un sistema più fragile, con una mutazione del fattore II o del fattore V della coagulazione, oppure hanno nel sangue troppi fattori pro coagulanti, o troppo pochi fattori anticoagulanti. Queste persone sono più esposte al rischio che il sangue coaguli troppo e provochi trombosi, con le relative conseguenze».

Gli ormoni aumentano il rischio di trombosi in tutte le donne: ma non in tutte nello stesso modo

«Gli ormoni, naturali o artificiali, interferiscono con il sistema della coagulazione del sangue, provocano sempre un calo della proteina anticoagulante S, e un aumento dei pro coagulanti, ma non in tutte le donne nella medesima misura».

(Per approfondire leggi qui: Trombosi: non è solo un mondo per vecchi)

Le pazienti candidate ad assumere terapie ormonali, in particolare per la fecondazione assistita, sono candidate a terapie ormonali intense e protratte nel tempo: quando finalmente incomincia, è la gravidanza stessa che sbilancia il sistema. «Alcune donne potrebbero sbilanciarsi troppo e avere vantaggio o addirittura necessità di farmaci che migliorino la circolazione del sangue, favorendo la costruzione di un endometrio adeguato, l’ impianto dell’uovo fecondato, o il portare la gravidanza a buon fine. La gravidanza è una situazione di per sé protrombotica», sottolinea la dottoressa Rota: «La velocità di ritorno del sangue al cuore si riduce, il volume dell’utero che comprime le vene iliache aumenta e contribuisce a questo rallentamento, le pareti delle vene perdono elasticità, e per questo le donne in gravidanza devono portare le calze elastiche, per aiutare il ritorno del sangue al cuore. Inoltre la quantità di sangue circolante aumenta da 5 fino a 7.5 litri: queste sono, nel loro insieme, condizioni che concorrono ad aumentare il rischio di trombosi».

(Per approfondire leggi qui: Prevenire la trombosi in gravidanza)

“Il bambino possibile”, una guida alla fecondazione assistita

bambino possibile copertinaDi questo argomento così delicato e così importante per molti si parla nel libro “Il bambino possibile” di Adele Lapertosa, edito da Il Pensiero scientifico. Il linguaggio è semplice ma accurato, il libro si avvale dell’esperienza dell’autrice, giornalista esperta di medicina, sanità e bioetica, e del contributo di diversi specialisti, tra i quali la dottoressa Rota, ed è un utile vademecum per chi cerca una gravidanza grazie alle tecniche di PMA, oggi circa il 10% delle coppie, come quella formata dall’autrice e da suo marito: «Ci siamo dovuti sottoporre a tre cicli di fecondazione assistita prima di riuscire ad avere nostra figlia. Un’esperienza difficile e logorante, come sanno tutti coloro che ci sono passati. Solo quando l’ho vissuta in prima persona però mi sono resa conto di non saperne abbastanza».

«Quello che pensavo di conoscere non mi ha aiutato a capire, all’inizio, se ero seguita bene, se mi stavano facendo fare gli esami necessari. Così mi sono ripromessa che, se fossi riuscita ad avere un figlio, avrei scritto un libro per cercare di aiutare tutti coloro che devono affrontare, o stanno prendendo in considerazione, la fecondazione assistita. Solo sapendo è infatti possibile capire se si è seguiti bene, se il centro che si è scelto è di qualità, se non stiamo perdendo il nostro tempo e investendo le nostre risorse fisiche ed emotive con il medico sbagliato».

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