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Epatologia

Tumore all’esofago, grazie alle nuove terapie raddoppia la sopravvivenza a lungo termine

06/12/2018

Il tumore all’esofago fa sempre meno paura. Grazie alle nuove terapie a disposizione e alla diminuzione dei fattori di rischio, questa patologia può ormai avvalersi di nuove opzioni terapeutiche in grado di migliorare notevolmente le aspettative di vita e le probabilità di guarigione.  Grandi passi avanti sono stati fatti in particolare nell’ambito dei tumori maligni e degli approcci medici e chirurgici, in continuo rinnovamento per migliorare le possibilità di guarigione e ridurre i possibili esiti infausti. Abbiamo parlato di com’è cambiato l’approccio alla cura del tumore all’esofago con il professor Carlo Castoro di Chirurgia Generale Esofago Gastrica in Humanitas.

 

Patologie dell’esofago, come sono cambiati i fattori di rischio nel tempo?

Negli ultimi decenni i fattori di rischio delle patologie che si sviluppano nell’esofago sono molto cambiate: tra le cause diversi elementi, tra cui l’ambiente, lo stile di vita, le abitudini alimentari. “Negli anni Ottanta il tumore all’esofago più frequente era quello squamoso, nel tratto superiore, rispetto all’adenocarcinoma che si localizza al tratto inferiore e al cardias (la giunzione fra l’esofago e lo stomaco) – ha spiegato il professore -. Nel tempo l’incidenza, ovvero il numero di nuovi casi, di tumori all’esofago è aumentata e in particolare è salito il numero di casi di adenocarcinoma. Il motivo di questi cambiamenti – ha chiarito Castoro – non è stato ancora perfettamente interpretato, ma si pensa a una serie di possibili elementi ambientali legati all’alimentazione, al fumo, all’alcol, al tipo di terapie utilizzate per inibire la secrezione acida dello stomaco, all’aumento dei casi di esofago di Barrett, all’invecchiamento della popolazione”.

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Le prospettive di sopravvivenza sono aumentate del 50%

“Una volta la prognosi del carcinoma dell’esofago era infausta – ha proseguito lo specialista -: oggi c’è stato un netto un miglioramento dei risultati a distanza del trattamento chirurgico, combinato con chemioterapia e radioterapia. Non tutti guariscono, ma la sopravvivenza a lungo termine, dopo 10 anni dall’intervento chirurgico, è più che raddoppiata. Questo miglioramento è dovuto a diversi fattori: la migliore qualità della chirurgia (chirurgia mini-invasiva, sia toracoscopica sia laparoscopia, chirurgia robotica), la crescita della cultura oncologica del chirurgo, l’associazione di trattamenti (chirurgia con chemioterapia e radioterapia), con una valutazione multidisciplinare della strategia terapeutica”.

 

L’importanza del lavoro di equipe

A fare la differenza in questi risultati, come ha sottolineato il professor Castoro, sono i casi seguiti dai centri di riferimento per queste malattie, i soli che permettono un approccio interdisciplinare e di gruppo nel trattamento terapeutico. Tra le principali patologie che il chirurgo approccia in modalità multidisciplinare, in collegamento con altri specialisti, ci sono oltre a tumori maligni e benigni, anche il cosiddetto esofago di Barrett, acalasia e disordini della motilità dell’esofago, il reflusso gastroesofageo con ernia iatale e i diverticoli dell’esofago.

“Sono centri che seguono un gran numero di pazienti e in cui la qualità di cura non è legata solo all’abilità del chirurgo, ma anche alla cultura chirurgica, anestesiologica, medica complessiva nel farsi carico del paziente globalmente. Quello che stiamo imparando è individualizzare il trattamento: seguiamo le linee guida e gli studi clinici, ma ogni paziente è diverso, è fondamentale adattare le nostre conoscenze al singolo caso”, ha concluso il professor Castoro.

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