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Cuore, fibrillazione atriale fa aumentare di 5 volte il rischio di ictus

30/09/2015

Il cuore batte in modo irregolare? Può essere fibrillazione atriale, una forma di aritmia cardiaca che si verifica nell’atrio, una delle cavità del cuore, caratterizzata da un battito scomposto. Il cuore delle persone colpite da fibrillazione atriale diventa meno efficiente perché le sue pareti non riescono a far arrivare la giusta quantità di sangue nel resto dell’organismo. Ed è un chiaro fattore di rischio per la salute cardiovascolare: la fibrillazione atriale può causare un ictus cerebrale!

Molte persone hanno la fibrillazione e non lo sanno: almeno 2 persone su 100 nel mondo ne sono affette: solo in Italia sarebbero 600mila le persone che ne soffrono. Le statistiche mondiali prevendono un aumento esponenziale delle persone che ne soffriranno, che saranno il doppio rispetto a oggi entro il 2050, anche a causa dell’invecchiamento della popolazione.

Molti hanno la fibrillazione e la sentono come un pesce preso all’amo nel petto, come una mancanza di respiro protratta, un senso di debolezza o di vertigine accompagnata da battiti del cuore non regolari. Ma molti ne soffrono e non lo sanno: queste persone sono particolarmente a rischio proprio perché sono ignare del pericolo che stanno correndo. La fibrillazione atriale può essere riconosciuta, e l’ictus può essere evitato: per aumentare la consapevolezza su questo disturbo il prossimo 3 ottobre si celebra in Italia per volontà delle associazioni dei pazienti la Giornata nazionale della Fibrillazione Atriale.

(Per approfondire leggi qui: Cuore, cinque consigli per mantenerlo in salute)

«Un cuore che fibrilla perde efficienza»

«Il cuore si muove grazie a un sistema elettrico autonomo che gli permette di spingere in maniera composta ed efficiente il sangue pulito nei vasi, anche in quelli più piccoli. Allo stesso modo, il cuore manda il sangue sporco a ripulirsi nei polmoni, per poi tornare in circolo a nutrire tutte le cellule. Il suo movimento deve avere un ritmo regolare. Se il sistema elettrico che lo governa invecchia, il ritmo può diventare irregolare, si creano aritmie, movimenti scomposti, che possono durare pochi minuti, qualche ora o continuare: un cuore che fibrilla perde efficienza, fa mancare sangue e nutrimento al cervello, al cuore stesso, a tutti gli organi», spiega la dottoressa Lidia Rota, presidente di ALT – Associazione per la Lotta alla Trombosi e alle malattie Cardiovascolari.

(Per approfondire leggi qui: Cuore: lo sentiamo ma lo ascoltiamo?)

Pertanto, è necessario «imparare a sentire il battito del nostro cuore, un gesto che può salvare la vita», aggiunge la specialista. Ma come? Basta un dito su un polso, un semplice gesto per capire se la fibrillazione atriale è alle porte. Riconoscerla consentirà di evitare gli eventuali danni correlati.

Ma come si riconosce la fibrillazione atriale?

«Usualmente il paziente avverte la sensazione di un battito aritmico, spesso più rapido del solito; non infrequentemente riferisce una sensazione di un “frullio nel petto” oppure di “battito d’ali nel torace”. Questi sintomi fanno sospettare la presenza di un’aritmia, ma non consentono di fare una diagnosi sicura di fibrillazione atriale. Per una diagnosi certa occorre fare un elettrocardiogramma», spiega il dottor Maurizio Gasparini, responsabile dell’Unità Operativa di Elettrofisiologia ed Elettrostimolazione di Humanitas.

Quali conseguenze ha la fibrillazione atriale?

«Le conseguenze sono diverse. Anzitutto viene aumentato in maniera significativa il rischio di embolie sistemiche che possono colpire principalmente il cervello determinando attacchi ischemici cerebrali transitori oppure, nei casi più gravi, anche ictus cerebrali; possono essere interessati distretti vascolari periferici con embolie agli arti oppure ai distretti splancnici (con possibili infarti intestinali)».

«La fibrillazione atriale di lunga durata può anche portare a forme di tachicardiomiopatia (ovvero di miocardiopatie legate all’aritmia stessa) che possono esitare in uno scompenso cardiaco e talora anche nell’edema polmonare. Se l’artimia è riconosciuta in tempo e correttamente curata, non infrequentemente si osserva un completo recupero della funzione contrattile del cuore».

Cosa prevede il trattamento della fibrillazione atriale?

«Il trattamento dipende da diversi fattori quali l’età del paziente, la presenza o meno di cardiopatia sottostante e la durata dell’aritmia stessa. In linea di massima la fibrillazione atriale può essere curata con i farmaci antiaritmici oppure con una cardioversione elettrica se l’aritmia è di lunga durata», risponde il dottor Gasparini.

«Una volta interrotto l’episodio di fibrillazione atriale, si pone il problema di evitare che l’aritmia si possa ripresentare in futuro. Oltre all’eventuale terapia anticoagulante, il paziente dovrà assumere una profilassi con farmaci antiaritmici che può avere una durata indefinita, anche permanente. Tutte  queste tipologie di terapia rappresentano una forma di terapia “palliativa” perché non modificano il substrato anatomico che determina l’aritmia stessa. Fortunatamente esiste anche una terapia non farmacologica della fibrillazione atriale, chiamata ablazione transcatetere, che ci permette di curare il substrato anatomico che determina l’aritmia, eradicando di fatto la causa stessa dell’aritmia».

(Per approfondire leggi qui: Fibrillazione atriale: che cosa mangiare?)

«La nostra Unità operativa di Elettrofisiologia in Humanitas ha sviluppato un’importante esperienza nell’ablazione della fibrillazione atriale, con ottimi risultati in termini di successo immediato e a distanza, accompagnati da bassissimi effetti collaterali. Questi eccellenti risultati della nostra tecnica ablativa sono legati soprattutto all’utilizzo di una tecnica ablativa “robotizzata” che utilizza la navigazione magnetica tramite la tecnologia Stereotaxis. L’ablazione – conclude lo specialista – viene eseguita con precisione millimetrica muovendo il catetere all’interno del cuore, utilizzando un catetere mosso dal computer che trasmette il movimento magnetico tramite Stereotaxis».

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