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Le onde d’urto: dall’urologia all’ortopedia

18/05/2006

Introdotte nella pratica clinica in campo urologico sul finire degli anni ’80 per frantumare i calcoli renali, le onde d’urto (o “litotripsia”) da circa un decennio sono applicate con successo anche in campo ortopedico, per la cura di numerose e comuni patologie dell’apparato muscolo-scheletrico, spesso anche come valida alternativa all’intervento chirurgico.
Ma in che cosa consiste esattamente questa terapia, quali malattie possono essere curate con questa metodica e, soprattutto, quali novità ci riserva la ricerca in questo campo? Lo abbiamo chiesto alla dott.ssa Maria Cristina d’Agostino, specialista di Humanitas, già consigliere della Società Italiana di Terapia Onde d’Urto (SITOD) ed ora anche della Società Internazionale (ISMST), da poco tornata dal IX congresso della Società Internazionale Terapia Onde d’Urto in campo ortopedico (International Society of Muscoloskeletal Shockwave Therapy, ISMST), svoltosi a Rio de Janeiro.

Che cosa sono le onde d’urto?
“Si tratta di emissioni acustiche ad alta energia, caratterizzate da una precisa forma d’onda (rapido picco di pressione positiva, cui fa seguito una fase di pressione negativa), generate in rapidissima sequenza. Vengono prodotte in un mezzo acquoso e convogliate su un punto definito, detto ‘fuoco’, dal quale si colpirà il ‘bersaglio’ da trattare. Questo è il motivo per cui vengono anche definite onde d’urto ‘focali’, per distinguerle dalle onde ‘radiali’ (‘balistiche’ o di pressione), spesso confuse le onde d’urto propriamente dette (litotripsia)”.

Come agiscono le onde d’urto focali?
“Uno dei temi principali del congresso svoltosi a Rio de Janeiro è stato proprio lo studio dei meccanismi d’azione di questa terapia. Sappiamo oggi che le onde d’urto, che possiamo considerare a tutti gli effetti una fonte di energia meccanica, a contatto con i tessuti dell’organismo innescano una serie di reazioni biologiche, con il risultato di un effetto antinfiammatorio ed antidolorifico. Ma non è tutto: studi molto recenti hanno dimostrato che la loro azione sui tessuti biologici è anche di tipo angiogenetico (cioè favorente la proliferazione di nuovi piccoli vasi sanguigni), con conseguente aumentato apporto sanguigno (quindi ossigeno) ai tessuti, che risultano così ‘rivitalizzati’e possono addirittura – in alcuni casi – rigenerarsi”.

Quali sono attualmente le principali applicazioni cliniche delle onde d’urto in ortopedia?
“Le onde d’urto in campo ortopedico trovano indicazione ormai da alcuni anni sia nelle patologie dei cosiddetti tessuti molli (soprattutto tendini e strutture correlate), sia nelle patologie dello scheletro vero e proprio (cioè l’osso). Per quel che riguarda i tessuti molli, si possono curare patologie soprattutto di tipo infiammatorio. Si tratta di disturbi molto diffusi, talvolta ricorrenti e spesso difficili da risolvere: tendinopatia della cuffia dei rotatori alla spalla (calcifica e non, nota anche come periartrite); epicondilite (o ‘gomito del tennista’); spina calcaneare dolorosa e tendinite dell’Achilleo; tendinite del ginocchio (del tendine rotuleo o della ‘zampa d’oca’); processi infiammatori delle inserzioni tendinee dell’anca.
A livello del tessuto osseo, l’azione delle onde d’urto è ancor più eclatante, poiché può stimolare la rigenerazione del callo di frattura nei casi in cui il processo riparativo si è arrestato oppure non è mai iniziato. Mi riferisco alle pseudoartrosi ed a tutti quei ritardi di consolidazione che – prima dell’introduzione delle onde d’urto – potevano costringere il paziente ad una lunga serie di interventi chirurgici. L’azione positiva sulla rigenerazione ossea derivante dall’applicazione delle onde d’urto può essere sfruttata anche in alcuni casi in cui l’osso stia morendo (osteo-necrosi) o sia nella fase di edema osseo (cioè di pre-osteonecrosi)”.

Di Cristina Bassi

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