Sebbene non se ne conosca il motivo, uno studio canadese ha rilevato una associazione tra livelli più bassi di vitamina D rispetto alla popolazione generale e intolleranza al lattosio di origine genetica. Nei soggetti in cui l’intolleranza al lattosio è dovuta alla presenza di una variazione del gene responsabile della produzione di lattasi, l’enzima necessario per digerire il lattosio, cioè lo zucchero contenuto nel latte e nei prodotti da esso derivati, la carenza di vitamina D potrebbe essere dovuta non tanto alla restrizione dietetica a cui spesso i soggetti intolleranti si sottopongono, bensì ad alterazioni concomitanti dei geni della lattasi e del recettore per l’assorbimento della vitamina D. Infatti, eliminare latte e latticini (compreso il burro che contiene più vitamina D del latte normale), non influenza la quantità di vitamina D assunta con gli alimenti perché l’apporto alimentare di vitamina D copre solo il 20% del fabbisogno del nostro organismo, mentre il restante 80% è dovuto all’esposizione solare. Pertanto, seguendo una corretta alimentazione con alimenti ricchi di vitamina D come aringa, tonno, alici, acciughe, pesce spada, sgombro, salmone, uova e funghi, unita a un’esposizione solare di almeno 15 minuti al giorno passeggiando all’aria aperta, nessuna carenza vitaminica dovrebbe manifestarsi in chi è intollerante al lattosio o non assume latte e latticini per altri motivi. Solo in caso di osteoporosi, nelle donne in menopausa e nei soggetti anziani di entrambi i sessi in cui si ha maggior predisposizione alla riduzione della densità ossea, è indicata la supplementazione con vitamina D.
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