Diete “low carb”, quali rischi si corrono?

Per chi proprio deve scegliere, è meglio una dieta con pochi carboidrati o con pochi grassi? Un recente studio della Mayo Clinic dell’Arizona ha documentato un leggero vantaggio per la prima in termini di perdita di peso. Tuttavia i risultati sono di modesta entità e la sua sicurezza è stata valutata solo nel breve periodo. Cerchiamo di capire quali conseguenze può comportare con la dottoressa Manuela Pastore, dietista dell’ospedale Humanitas

I ricercatori hanno revisionato delle ricerche prodotte tra 2005 e aprile 2016. Gli studi avevano valutato la sicurezza di diete che restringono l’apporto di carboidrati come come la Atkins, la South Beach e la Paleo. È emerso che queste diete potrebbero essere seguite in sicurezza fino a sei mesi. In altre parole, nel breve periodo, non avrebbero effetti collaterali sui livelli di pressione arteriosa, colesterolo e glicemia rispetto ad altre diete.

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I seguaci della dieta “low carb” hanno beneficiato di una perdita di peso leggermente superiore di chi aveva seguito invece la dieta con pochi grassi, da circa 1 kg a 4 kg in più. Un risultato piuttosto esiguo, come dicono gli stessi ricercatori, e dal significato clinico piuttosto discutibile.

Gli autori della revisione pubblicata su The Journal of the American Osteopathic Association notano infine come gli studi analizzati non identifichino il tipo di perdita di peso corporeo, se di liquidi, massa grassa o magra e che la stessa definizione di dieta a basso apporto di carboidrati è controversa: i carboidrati possono contare per una quantità che va dal 4% al 46% delle calorie quotidiane.

Cosa si intende per diete “low carb”, con meno carboidrati?

«Per capirlo bisogna partire da quanto stabiliscono le linee guida. I LARN (livelli di assunzione raccomandati di nutrienti ed energia) definiscono gli apporti corretti di carboidrati nella dieta in una percentuale variabile fra il 50-60% rispetto all’apporto calorico quotidiano», risponde la dottoressa Pastore. «Di questi viene raccomandata la limitazione al 5-10% degli zuccheri semplici che sono i carboidrati a più veloce assorbimento. Gli apporti proteici suggeriti – continua – variano da 0,8 a un massimo di 2 gr per Kg di peso che rappresenta la quantità massima di proteine che il corpo può metabolizzare in modo efficace e utile».

Cosa si rischia seguendo una dieta “low carb”?

«Le diete a basso contenuto di carboidrati si basano sulla chetosi, un meccanismo che prevede il rapido esaurimento del glucosio che deriva dai pochi carboidrati introdotti con la dieta e che rappresentano il carburante per la maggior parte degli organi vitali fra cui cervello, cuore e muscoli, e il conseguente ricorso da parte dell’organismo al grasso accumulato per ottenere l’energia necessaria per soddisfare i fabbisogni. L’utilizzo dei grassi al posto dei carboidrati non è un meccanismo fisiologico. L’organismo, prima di utilizzarli, è “costretto” a trasformarli appunto in corpi chetonici (acetone, aceto acetato e 3-Β-idrossi-butirrato). Da un lato questi corpi chetonici hanno determinate caratteristiche che li rendono simili agli zuccheri, in primis la loro notevole velocità di immissione e la rapidità di utilizzo; dall’altro si paga lo scotto di affaticare reni e fegato per il superlavoro cui sono sottoposti per il loro smaltimento, oltre ad astenia, cefalea e stitichezza.

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«Un altro rischio di cui si deve tenere conto nel seguire le diete iperproteiche è che lo stato di chetosi evolva in chetoacidosi, un’emergenza clinica che può avere gravissime conseguenze. Anche se seguite sotto controllo medico, più volte gli studi hanno confermato che queste diete, a lungo andare, portano a una riduzione più della massa muscolare che del grasso superfluo per ottenere glucosio con conseguente riduzione del metabolismo basale. Diventano meno efficaci rispetto all’iniziale perdita di peso», conclude la dottoressa Pastore.