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Sistema nervoso

In montagna dopo un ictus, ecco le regole da seguire

04/04/2019

In montagna la pressione dell’aria si riduce, così come la presenza dell’ossigeno. Per chi ha avuto un ictus questi sono entrambi fattori potenzialmente problematici che vanno tenuti sotto controllo per non esporsi ad ulteriori rischi, soprattutto se si ama l’alta quota. Abbiamo parlato delle regole da seguire in montagna per chi ha avuto un episodio ischemico con la dottoressa Simona Marcheselli, Responsabile di Sezione Autonoma Neurologia d’Urgenza e Stroke Unit di Humanitas.

 

Dopo un ictus, la montagna è sicura?

Se si ha avuto un ictus ma si ama la montagna è importante essere consapevoli di come reagisce l’organismo ad alta quota. Grazie infatti a tutte le cure di cui si può disporre al giorno d’oggi, anche chi ha avuto un episodio ischemico nel passato può teoricamente non rinunciare alla sua passione e beneficiare del movimento che si fa quando si intraprende una passeggiata in montagna. Questo a patto però di non sottovalutare le complesse fasi del post ictus e di non salire troppo in alto. Questa attività, se praticata, deve essere svolta sotto adeguato e costante controllo medico, perché se si sale sopra i 2000 metri ci si può imbattere in pericoli oggettivi.

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Quali sono i rischi ad alta quota?

Dopo la malattia all’organismo, già indebolito, viene richiesto uno sforzo importante di adattamento. Fino a 1500-2000 metri, soprattutto se è estate e il bel tempo non è freddo, in montagna i rischi per chi ha avuto un ictus però non significativi. È dai 2000 metri in poi invece che si ha una riduzione del 20% dell’ossigeno presente nell’aria, a 3000 in cui ne manca un terzo rispetto al livello del mare, mentre a 4800 metri che ne manca circa la metà. I normali meccanismi compensatori messi in atto da chi è sano potrebbero essere più difficili per chi ha patologie acute o croniche: tra queste c’è l’aumento della frequenza cardiaca e respiratoria, la salita della pressione arteriosa e polmonare, il numero di globuli rossi per potenziare il trasporto di ossigeno nel sangue. Chi ha sofferto per un ridotto apporto di ossigeno al tessuto cerebrale non dovrebbe quindi esporre il proprio corpo a queste “fatiche” potenzialmente pericolose.

 

Nei primi 3 mesi meglio non andare oltre i 1500 metri

In via precauzionale, i medici consigliano ai pazienti che hanno avuto un ictus di non superare i 1500 metri di altitudine nei primi tre mesi successivi all’episodio e di non andare comunque oltre i 2000 tra il quarto e il sesto mese. Molto dipende poi dalla stabilità del quadro clinico e dei fattori di rischio cardiovascolari. I valori della pressione, soprattutto in caso di ipertensione arteriosa, devono essere ben controllati già a bassa quota e va ricordato che durante il soggiorno in montagna specie nei primi giorni sia necessario monitorare la pressione arteriosa, così come dev’essere monitorata la glicemia nei pazienti diabetici. I valori di colesterolo devono essere normali e non bisogna fumare. Non è da sottovalutare infine l’aderenza scrupolosa alle terapie prescritte dal neurologo.

“È fondamentale poi ricordare che la montagna va affrontata con lentezza – ha aggiunto la dottoressa -: salendo di quota in modo graduale e, se oltre i 2500 metri, scendendo di quota per dormire rispetto all’altitudine in cui si è trascorsa la giornata”.

 

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