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Orecchio, naso e gola

Malattia di Ménière: facciamo chiarezza

13/06/2019

Il CNR di Bologna stimava nel 2018 in 3 mila i casi di malattia di Ménière in Italia, ma la mancanza di registri rende difficile una quantificazione precisa per una sindrome cronica invalidante che non è riconosciuta dalla Sanità e le cui cause restano poco note. Ne abbiamo parlato con il dottoressa Vanessa Rossi, otorinolaringoiatra di Humanitas, titolare dell’ambulatorio di otovestibologia insieme al dottor Stefano Miceli insieme all’audiometrista Sigra Jeane Vieira.

 

Sintomi della malattia di Ménière

La malattia è caratterizzata dall’alterazione dell’equilibrio fra la produzione e il riassorbimento dell’endolinfa presente nell’orecchio. L’alterazione dell’equilibrio comporta un eccessivo accumulo dell’endolinfa che producendo vertigini e nausea associati a una sensazione di orecchio pieno, a fischi (i così detti acufeni) e a una riduzione dell’udito (ipoacusia). Le vertigini non dipendono dai movimenti del capo e si manifestano con crisi prolungate che possono durare anche delle ore. È questa una delle differenze rispetto alla crisi vertiginosa più comune, la parossistica benigna, che dura meno di un minuto, è legata al cambiamento di posizione del capo ed è improvvisa.

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La diagnosi e la terapia

È dal racconto del paziente che si possono ricavare quegli elementi caratteristici che rendono piuttosto evidente il sospetto di malattia e, in alcuni casi, permettono di formulare già la diagnosi di Ménière. Questo non esclude, tuttavia, che serva una risonanza con contrasto per escludere altre patologie. Una volta stabilita con sicurezza la malattia, durante la sue fase acuta, si somministrano farmaci sedativi intramuscolo o in forma di supposte se il paziente avverte troppa nausea per assumere qualcosa per via orale. Queste servono a tenere sotto controllo i sintomi e calmare il paziente, in genere allarmato da nausea e vomito. Riguardo l’alimentazione il suggerimento degli esperti è di cominciare da cibi con poco sale; mentre per i farmaci l’orientamento è per i diuretici. Se la terapia si dimostra efficace nel ridurre gli episodi di vertigine, la cura si fa per alcuni mesi, inizialmente 3, poi si modula con controlli successivi. La percentuale di pazienti che guarisce con i farmaci si aggira sul 70%.

“E’ sempre difficile fare una diagnosi – ha commentato la specialista -: la terapia può essere portata avanti con diuretici nell’attacco acuto ma in genere si fa per dei mesi con betaistina”.

 

Iniezioni o intervento?

Detto che la terapia, a patto di attenervisi, ottiene ottimi risultati nel ridurre i sintomi, nel caso questa non fosse risolutiva ci sono tre possibilità. Con l’iniezione intratimpanica di cortisone si entra nella membrana del timpano con un ago molto sottile iniettando del cortisone. Questa soluzione ha un buon effetto, non crea problemi uditivi, ma ha lo svantaggio di richiedere a volte iniezioni ripetute nel tempo. La seconda possibilità è l’iniezione intratimpanica di gentamicina, un farmaco che ha un effetto più duraturo rispetto all’iniezione di cortisone, ma che può ridurre un po’ l’udito, che comunque al progredire della Ménière sarebbe danneggiato in modo significativo. Terza opzione è il ricorso alla chirurgia; la neurectomia vestibolare, cioè la sezione del nervo vestibolare, inoltrandosi tra il cervello e la rocca petrosa, evita di toccare i nervi facciale e il cocleare; la labirintectomia, ovvero una distruzione del labirinto, con perdita dell’udito, che però può essere seguita da un intervento di impianto cocleare per ridarlo.

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