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Tumore al polmone, con l’immunoterapia migliora la prognosi

06/01/2018

L’immunoterapia è una delle nuove frontiere nella lotta contro i tumori. Per alcune neoplasie l’utilizzo di farmaci immunoterapici si è già dimostrato efficace entrando nella pratica clinica. È il caso, ad esempio, del tumore al polmone. All’ultimo congresso annuale dell’American Association for Cancer Researh è stato presentato uno studio che ribadisce il potenziale del Nivolumab, una di queste nuove molecole, in grado di incrementare la sopravvivenza per alcuni pazienti con tumore al polmone. «Le conclusioni a cui è giunto lo studio americano sono molto incoraggianti», aggiunge il dottor Marco Alloisio, Responsabile dell’Unità Operativa di Chirurgia toracica di Humanitas.

Lo studio

I dati analizzati in questo studio rappresentano la prima analisi di sopravvivenza in pazienti affetti da tumore polmonare non a piccole cellule allo stadio IV in un tempo maggiore di almeno 5 anni. Nello studio sono stati seguiti 129 pazienti per un tempo non inferiore a 58 mesi. Gli scienziati, provenienti da diversi centri di ricerca tra cui la Johns Hopkins University (USA), hanno infine indicato nel tumore polmonare non a piccole cellule un tasso di sopravvivenza a 5 anni del 16% e del 15% rispettivamente per l’istotipo squamoso o non squamoso.

Il tasso di sopravvivenza si è dimostrato nettamente maggiore rispetto a quello riferito a una popolazione equivalente di pazienti affetti dalla stessa neoplasia allo stesso stadio trattati con un trattamento standard, ovvero di circa il 4%.

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La neoplasia

Il tumore al polmone è la neoplasia più diagnosticata in Italia dopo quelle al colon-retto e al seno ed è il primo in termini di mortalità. Nel 2017 sono attese in Italia oltre 41.800 nuove diagnosi di questa malattia oncologica.

«Per anni – spiega il dottor Alloisio – la chemioterapia standard ha dato sul polmone risultati abbastanza deludenti in termini di sopravvivenza. L’immunoterapia oggi prevede l’utilizzo di due farmaci principalmente: il Pembrolizumab e il Nivolumab. Entrambi i farmaci sembra diano un vantaggio notevole in termini di sopravvivenza».

«Il tumore del polmone, purtroppo, viene diagnosticato ancora oggi troppo spesso a uno stadio avanzato, quando cioè i trattamenti considerati radicali come la chirurgia o, in alcuni casi e con qualche limite in più, la radioterapia sono ormai impraticabili. La presenza di farmaci che possano garantire non solo un aumento dell’aspettativa di vita, ma anche del mantenimento di una buona qualità di vita costituiscono un ottimo traguardo».

Immunità e tumori

Il Nivolumab è un farmaco immunoterapico che agisce stimolando il sistema immunitario del paziente contro le cellule tumorali. Il melanoma è stato il primo tumore su cui questo farmaco ha dato risultati significativi. «L’ingresso dei primi immunoterapici nella terapia del tumore del polmone rappresenta probabilmente la realizzazione di un nuovo modo di vedere e trattare il tumore del polmone inteso sempre di più come malattia a forte base immunologica», ricorda lo specialista.

«Il Nivolumab e il Pembrolizumab sono i primi farmaci entrati nel mercato che hanno finalmente modificato la prognosi drammatica del tumore agli stadi avanzati, migliorandola nettamente. Seppure la ricerca debba, a mio avviso, continuare a lavorare sulla diagnosi precoce del tumore, in quanto il trattamento del tumore del polmone ai primi stadi è oggi l’unica garanzia di guarigione, nei laboratori oggi si stanno cercando nuovi bersagli molecolari e diversi checkpoint immunologici che possano essere utilizzati come bersaglio da nuove molecole farmacologiche per poter trattare in modo più sistematico tutti i tumori polmonari agli stadi avanzati».

«Anche la mia unità operativa, grazie alla collaborazione con due gruppi di ricerca, il “Translational Immunology laboratory” di Humanitas, diretto dal dr. Lugli e il laboratorio di “Integrative Biology” dell’INGM, diretto dal prof. Pagani, sta cercando di comprendere più approfonditamente il ruolo dell’infiltrato linfocitario intra-tumorale e peri-tumorale nel polmone al fine di cercare nuovi bersagli immunitari su cui potere costruire in fasi successive della ricerca nuovi agenti farmacologici», conclude il dottor Alloisio.

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