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Intestino e digestione

Intestino irritabile, sfatiamo i falsi miti

20/07/2017

Patologia cronica che interessa circa il 10-20% della popolazione italiana, quando l’intestino fa i “capricci” e diventa irritabile son dolori. Non solo la pancia si gonfia, compaiono crampi e meteorismo, alternanza di diarrea e stipsi, e un dolore vicino all’ombelico che non passa mai, e anche l’umore, la capacità di concentrazione e il benessere generale ne risentono. Chi ne soffre, pur di risolvere il problema, talvolta si affida a rimedi di ogni tipo o a informazioni di dubbia provenienza. Cosa è utile sapere sull’intestino irritabile per gestire e tenerne a bada i sintomi? L’abbiamo chiesto al professor Silvio Danese, Gastroenterologo, responsabile del Centro Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali di Humanitas e docente di Humanitas University.

Cosa mangiare: più fibre, meno mal di pancia? 

Vero, ma solo in caso di stipsi. Le fibre infatti sono amiche dell’intestino irritabile se prevale la stitichezza, sono utili all’interno di una dieta sana per controllare sintomi quali gonfiore e dolore addominale, ma bisogna saperle scegliere. Quando nella sindrome dell’intestino irritabile prevale la stipsi, oltre alle fibre nella dieta, si può ricorrere agli integratori a base di fibre insolubili, come l’ispagula, che hanno un blando effetto lassativo; quando invece il sintomo principale è la diarrea, largo ai probiotici che aiutano a ripristinare il microbiota intestinale e le sue funzioni. Anche scegliere le fibre giuste da portare in tavola è importante: secondo la dieta a basso contenuto di cibi fermentabili, chiamata anche low-Fodmap, gli alimenti consigliati da cui assumere le fibre sono ceci e lenticchie in scatola, zucchine, zenzero, ravanelli, broccoli, finocchi e lattuga, frutti di bosco, kiwi e uva. Nella scelta della dieta da seguire, però, è importante non affidarsi al “fai da te” ma al parere medico. Inoltre, è importante evitare le abbuffate, variare i cibi che si assumono, praticare attività fisica con regolarità e bere almeno due litri di acqua al giorno.

Cosa non mangiare: zuccheri e alimenti che fermentano (Fodmap)?

Vero. Nella sindrome dell’intestino irritabile la dieta è molto importante per tenere sotto controllo i sintomi. Recenti studi suggeriscono che abbia un particolare beneficio per i pazienti eliminare gli alimenti che producono molta fermentazione, come quelli che contengono elevate quantità di fruttosio (ciliegie, mango, pesche, frutta in scatola, frutta essiccata e frutta secca, succhi di frutta); quelli ricchi di fruttani (carciofi, asparagi, cavolini di Bruxelles, broccoli, porri, lenticchie); cibi ad alto contenuto di galattani (ceci, lenticchie, fagioli e soia) e di polioli (funghi, dolcificanti artificiali come sorbitolo, mannitolo, maltitolo e xilitolo). Inoltre, rientrano tra gli alimenti fermentabili il latte (anche di capra e pecora, mentre vanno benissimo nella forma “senza lattosio”) e suoi derivati (yogurt, formaggi a pasta molle, crema pasticcera e gelato) e cereali come segale e grano,  quindi pane, pasta e biscotti. Una volta eliminati, questi alimenti vanno di nuovo introdotti uno alla volta, compilando ogni giorno un diario alimentare dove registrare i disturbi intestinali riscontrati. In questo modo, il medico potrà capire quali depennare o ridurre dal menù del paziente.

“Gestire lo stress aiuta ad alleviare i sintomi?” 

Vero. Lo stress è certamente una delle principali cause della sindrome dell’intestino irritabile ma non l’unica. Infatti, l’intestino si infiamma anche a causa dell’alterazione del microbiota, cioè la flora intestinale composta da miliardi e miliardi di batteri presenti nel nostro intestino. L’alterazione del microbiota può essere favorita anche da altri fattori quali le infezioni e l’assunzione di alcuni farmaci, a seguito delle quali il paziente può lamentare gonfiore, crampi addominali, meteorismo e alterazione della motilità intestinale (stipsi, diarrea, o entrambe). La motilità intestinale può essere influenzata anche da fattori psicologici legati agli stili di vita caotici (uscire presto di casa, mangiare in fretta, eccetera) e allo stress quotidiano. Se durante i giorni lavorativi si tende a ritardare l’evacuazione perché si esce presto di casa per andare al lavoro, per esempio, nei giorni di relax l’intestino si rilassa e riprende i suoi ritmi. Alla lunga però questa ripresa non è così automatica e si può diventare cronicamente stitici. Non c’è dubbio però che praticare tecniche di rilassamento e di gestione dello stress, in associazione a un’attività fisica regolare, può essere di grande aiuto nel tenere sotto controllo i sintomi.

“Più frequente nelle donne, con la menopausa si attenuano i sintomi”

Vero. Non è ancora chiaro perché la sindrome del colon irritabile colpisca prevalentemente le donne giovani in un rapporto di 3 a 1 rispetto ai maschi. I primi sintomi compaiono generalmente in età inferiore a 35 anni e possono accentuarsi durante il periodo mestruale, in genere, con l’arrivo della menopausa, fastidio e dolore possono diventare più lievi. È stato ipotizzato che nell’insorgenza della malattia giochino anche fattori ormonali non chiaramente identificati  e questo spiegherebbe perché le pazienti affette da sindrome dell’intestino irritabile vedono attenuarsi i sintomi con l’arrivo della menopausa.

Colon irritabile e sensibilità al glutine si possono confondere?

Vero. Infatti, sia la sindrome del colon irritabile sia la sensibilità al glutine non celiaca presentano sintomi comuni come diarrea, meteorismo, crampi addominali che in alcuni casi regrediscono con la sospensione di alimenti contenenti glutine. Il glutine è un complesso proteico presente in diversi cereali, dal frumento all’orzo. Circa un paziente su quattro con sintomi quali diarrea, meteorismo e dolori addominali  ha una sensibilità al glutine non celiaca piuttosto che una sindrome dell’intestino irritabile.

I probiotici (fermenti lattici) sono inutili in caso di diarrea

Falso. Studi clinici recenti hanno dimostrato l’efficacia terapeutica dei probiotici, ovvero un mix di batteri e lieviti, in patologie come la sindrome del colon irritabile, la diarrea associata all’uso degli antibiotici, infezioni del tratto gastroenterico come quella da Clostridium difficile, nella malattia diverticolare del colon o nelle malattie infiammatorie croniche intestinali. L’assunzione di probiotici, infatti, permette di manipolare la flora batterica intestinale, chiamata tecnicamente “microbiota intestinale”, ripopolando una flora intestinale potenzialmente danneggiata. Non tutti i probiotici sono uguali, però: in alcune preparazioni commerciali sono presenti mix diversi di ceppi batterici che possono avere efficacia clinica diversa. Per questo motivo è sempre raccomandabile affidarsi ai consigli del proprio medico.

“Probiotici e prebiotici hanno la stessa funzione” 

Falso. Mentre i probiotici sono un mix di “batteri buoni” utili a ripopolare il microbiota intestinale al fine di ripristinare il suo equilibrio e la sua funzione, i prebiotici sono invece sostanze non digeribili dall’organismo che favoriscono la crescita e l’attività dei “batteri buoni” rispetto a quelli nocivi. I prebiotici possono essere considerati la benzina dei “batteri buoni” del tratto intestinale e possono essere assunti attraverso gli alimenti che li contengono come cereali integrali, banane e cicoria, o attraverso l’utilizzo di integratori. Come per i probiotici, nel caso si scelga di assumere i prebiotici sotto forma di integratori è consigliabile rivolgersi al proprio medico.

“La sindrome del colon irritabile non è curabile”

Purtroppo è vero. Ancora non conosciamo una cura definitiva, ma possiamo trattare e controllare i sintomi del colon irritabile adattando la terapia a seconda del “tipo di intestino”. Per questo motivo, il gastroenterologo deve agire come un sarto e cercare di tagliare l’abito, cioè la terapia, in relazione ai sintomi del paziente. Oltre a farmaci specifici nel caso in cui il paziente abbia una sindrome del colon irritabile con un alvo prevalentemente diarroico o stitico, il miglior rimedio per combattere i sintomi è una dieta sana e corretta, evitando gli alimenti che vengono maggiormente fermentati dalla flora batterica intestinale, chiamati Fodmap, e che l’intestino fatica a digerire. Infine, per tenere sotto controllo i sintomi, lo stile di vita è importante tanto quanto la dieta; pertanto, evitare l’alcool e il fumo, e condurre una vita attiva praticando esercizio fisico con regolarità ha benefici sulla sintomatologia.

“Assumere omega-3 aiuta a ridurre l’infiammazione intestinale” 

Vero. Alimenti ricchi di acidi grassi essenziali di tipo omega-3 PUFA, comunemente noti come omega-3 o grassi “buoni”, hanno dimostrato la loro efficacia nel tenere sotto controllo l’infiammazione anche nell’intestino irritabile. Gli omega-3 non sono prodotti dal nostro organismo e per questo devono essere assunti con gli alimenti come pesce (soprattutto quello azzurro e il salmone), oli di semi di lino e di chia, oppure i semi. I semi di lino e di chia sono l’alternativa vegetale all’assunzione di omega-3 dal pesce, è possibile assumerli anche sotto forma di integratori e sono efficaci nel ridurre i processi infiammatori nell’organismo all’origine di diverse patologie tra cui l’infiammazione del tratto intestinale alla base del colon irritabile. Semi di lino, da consumare sempre tritati, e semi di chia, oltre a una notevole quantità di omega-3 contengono anche fibra solubile e insolubile che favorisce l’aumento del volume delle feci in caso di stitichezza.

“Con il cambiamento di stagione, i sintomi si risvegliano” 

Vero. Anche se non esiste ancora una spiegazione scientifica, in primavera e in autunno, tendono a riacutizzarsi i sintomi in chi soffre di sindrome dell’intestino irritabile. Alcuni studi osservazionali suggeriscono che fattori di rischio come il cambiamento di stagione, il freddo e l’inquinamento atmosferico, potrebbero essere la causa del “risvegliarsi” dei sintomi. Seppur si tratti di studi che necessitano di ulteriori ricerche e conferme, chi soffre di colon irritabile dovrebbe prestare particolare attenzione a dieta e stile di vita in questi periodi per tenere sotto controllo il riacutizzarsi dei sintomi.

“La carenza di vitamina D è associata al colon irritabile

Vero. Anche se sono necessari ulteriori studi e conferme, diventa sempre più chiara la relazione tra vitamina D, nota come la “vitamina delle ossa”, e sindrome dell’intestino irritabile. Alcuni studi dimostrano che l’aggiunta di vitamina D nella dieta, attraverso la supplementazione con integratori, migliora la qualità di vita in pazienti affetti da sindrome del colon irritabile. Tuttavia, questo risultato potrebbe essere dovuto anche all’azione antidepressiva della vitamina D, e pertanto sono necessari ulteriori studi su questo argomento. Inoltre è importante ricordare che è possibile assicurarsi la dose giornaliera raccomandata di vitamina D, ovvero tra 400-1000 unità internazionali (UI), con l’esposizione al sole per non meno di 20 minuti al giorno o con l’alimentazione, aggiungendo alla propria dieta un cucchiaio di olio di fegato di merluzzo, oppure circa 150 grammi di pesci grassi come salmone, ostriche e caviale, ma anche con pesci più poveri come aringa, tonno, sardine e sgombro, uova, latte e fegato anche se la contengono in quantità molte basse.

“La colonscopia è necessaria per la diagnosi di colon irritabile”

Falso.  In realtà si procede per esclusione, valutando i sintomi del paziente, poiché non esiste un vero e proprio test diagnostico. La storia clinica del paziente e un esame obiettivo possono essere già sufficienti per diagnosticare una sindrome da intestino irritabile. Nel caso in cui lo specialista voglia approfondire con ulteriori accertamenti può richiedere la colonscopia, esami del sangue e breath tests o tests del respiro.   

 

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