Sebbene rara in Europa e negli Stati Uniti, l’infezione da Epatite E, più comune nei Paesi in via di sviluppo, si può contrarre mangiando carne non ben cotta – spiega il dottor Roberto Ceriani, Responsabile Day Hospital epatologico ed Epatologia interventistica di Humanitas –. La contaminazione virale avviene per via oro-fecale, per cui la fonte più comune di infezione in queste aree geografiche è l’acqua contaminata. Tuttavia, nei Paesi occidentali si sono verificati casi di infezione dopo il consumo di carni o estratti di maiale, cinghiale o di cervo poco o non cotto, ma anche da molluschi, come il recente caso di epidemia di Epatite E su una nave da crociera. La maggior parte dei pazienti guarisce, ma esiste un rischio grave e di mortalità nelle donne al terzo trimestre di gravidanza, nei pazienti con malattia epatica e nei pazienti trapiantati in cui, per altro, la malattia può cronicizzare. L’epatite E si manifesta con febbre, affaticamento, perdita di appetito, nausea, vomito, dolori addominali, urine scure, feci chiare e ittero (ingiallimento della cute o degli occhi) si sviluppano dopo 2-8 settimane dall’esposizione al virus E. Per evitare il contagio, che avviene solo attraverso alimenti e bevande contaminate, è raccomandabile cuocere bene la carne di maiale o selvaggina, bere acqua imbottigliata, anche se la bollitura e la clorazione dell’acqua inattivano il virus E.
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