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Benessere

Se la febbre del gioco diventa una malattia

25/08/2009

Torna d’attualità il dibattito sul gioco d’azzardo, i giochi online e le lotterie. Una passione innocua, all’inseguimento di una vincita da sogno, può infatti trasformarsi in dipendenza. Mettendo a rischio lavoro e relazioni personali.

Gli italiani continuano ad affollare le ricevitorie, inseguendo un sogno. Una “mania” innocua, che nasceva ed è tornata nella dimensione del divertimento. Ma il fenomeno della dipendenza da gioco non è certo trascurabile, alla base c’è una seria patologia. La dott.ssa Emanuela Mencaglia, psicologa di Humanitas, ne descrive i sintomi e dà alcuni consigli per non cadere in trappola.

Dott.ssa Mencaglia, quand’è che una sana passione per il gioco diventa dipendenza pericolosa?
“Il problema nasce quando non ci si diverte più. Si può parlare di dipendenza nel momento in cui giocare diventa un’azione necessaria, impellente, come fosse l’unico modo per far passare l’ansia e il disagio che si avvertono. Ma che puntualmente ritornano subito dopo aver giocato. Giocare al lotto o al Superenalotto ogni settimana non significa certo essere dipendenti, esistono dei criteri precisi, dal punto di vista clinico, per diagnosticare una dipendenza. I sintomi sono diversi e si trovano, per poter effettuare una diagnosi, nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, così elencati:

– avere come pensiero principale il gioco, tutte le attività quotidiane sono mirate a ottenere più soldi da giocare o a programmare la prossima puntata;
– avere bisogno di giocare sempre più denaro per raggiungere l’eccitazione desiderata;
– aver tentato ripetutamente senza successo di ridurre, controllare o interrompere il gioco d’azzardo;
– essere irrequieti o irritabili quando si tenta di ridurre o interrompere il gioco;
– giocare per alleviare un umore inquieto o per sfuggire i problemi (ad esempio sentimenti di impotenza, colpa, ansia, depressione);
– giocare somme sempre maggiori con l’intento di recuperare le perdite avute in precedenza (chasing);
– mentire ai membri della famiglia, al terapeuta o ad altri per minimizzare l’entità del proprio coinvolgimento nel gioco d’azzardo;
– commettere azioni illegali per finanziare il gioco d’azzardo;
– compromettere una relazione significativa, il lavoro oppure opportunità scolastiche o di carriera per il gioco d’azzardo;
– chiedere a terzi il denaro per rimediare alle perdite finanziarie causate dal gioco d’azzardo.

Basta verificare la presenza di questi sintomi per diagnosticare una dipendenza dal gioco?
“Certo che no, la diagnosi non si può improvvisare. Deve essere fatta sempre da uno specialista, che tra l’altro deve prima di tutto escludere che la dipendenza dal gioco sia il sintomo di altre patologie, ad esempio di un episodio maniacale. Se non è così e se si verificano almeno cinque dei sintomi elencati, si può parlare di una vera psicopatologia, come accade per la dipendenza da sostanze”.

Cosa fare se ci si accorge di dipendere dal gioco?
“Il potenziale giocatore patologico, che percepisca di aver perso il divertimento e la propria libertà, deve astenersi completamente. La rottura netta è l’unico modo, non bisogna giocare più neppure un euro. Il paziente infatti è sempre a rischio di ricadute. L’atteggiamento dello ‘smetto quando voglio’, la convinzione di poter giocare senza problemi sono illusioni. Spesso sono i familiari a rivolgersi al medico, i malati sanno nascondere molto bene i sintomi. E la famiglia se ne accorge dal conto in banca. Rivolgersi al proprio medico di medicina generale è la via migliore: indirizzerà la persona ai servizi territoriali attivi”.

Crisi economica e jackpot da sogno fanno aumentare il fenomeno?
“Non credo che ultimamente il fenomeno sia aumentato a causa delle nuove situazioni esistenti, ma c’è di certo un’attenzione maggiore a questa patologia. L’occasione più ghiotta o la crisi non necessariamente portano a una dipendenza. Oggi ci sono più persone che giocano e provano a vincere, ma non è detto che poi si ammalino. Al contrario chi già è un potenziale giocatore patologico non ha bisogno dell’occasione”.

A cura di Cristina Bassi

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