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Diabete di tipo 1, per i bambini test di insulina orale per evitare i sintomi

07/03/2019

Presto potrebbe essere possibile ‘insegnare’ al sistema immunitario a riconoscere l’insulina e a non scatenare i sintomi provocati del diabete di tipo 1. In Gran Bretagna è partito un nuovo studio coordinato dai ricercatori della Oxford University che coinvolgerà migliaia di bambini, che riceveranno insulina orale fin dai primi mesi di vita. Ne parliamo con il dottor Marco Mirani, diabetologo di Humanitas.

 

I sintomi del diabete di tipo 1

Il diabete di tipo 1 è una patologia che si manifesta a partire soprattutto dalla giovane età e per questo motivo ha assunto il nome di diabete infantile. Questa patologia rientra nella categorie delle malattie autoimmuni ed è causata dalla produzione di autoanticorpi che attaccano e distruggono le cellule beta che all’interno del pancreas sono deputate alla produzione di insulina, non riconoscendole come appartenenti al corpo. Come conseguenza, si riduce, fino ad azzerarsi completamente, la produzione di questo ormone il cui compito è quello di regolare l’utilizzo del glucosio da parte delle cellule. L’eccesso di glucosio nel sangue si traduce così in iperglicemia e la scarsità di insulina impedisce all’organismo di utilizzare il glucosio per produrre l’energia necessaria al suo funzionamento.
I principali sintomi clinici del diabete di tipo 1 sono: la poliuria (aumento del volume delle urine), la polidipsia (aumento della sete) e la polifagia paradossa (dimagrimento non dovuto a variazioni nella dieta).
Spesso il sintomo di esordio del diabete di tipo 1 è una condizione grave dovuta all’accumulo di corpi chetonici secondariamente alla mancanza di insulina, tale situazione clinica nota come chetoacidosi diabetica se non trattata tempestivamente può anche essere fatale.
In alcuni casi si riscontra anche una normalizzazione della glicemia anche in assenza di terapia subito dopo la fase di esordio ma si tratta di una condizione transitoria, nota come “luna di miele”, che può durare solo pochi mesi. Passato questo breve periodo i sintomi si ripropongono e permangono stabilmente dando origine alla malattia vera e propria.

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Il test predisposto per 30 mila bambini

I ricercatori hanno predisposto la somministrazione di un test genetico su 30 mila bambini appena nati: lo scopo sarà quello di capire se I soggetti prescelti hanno le mutazioni genetiche che predispongono al diabete di tipo 1, di solito presenti in un bimbo su cento. I bambini verranno poi divisi in due gruppi, ad uno dei quali verrà periodicamente somministrata insulina orale tra i sei mesi e i tre anni di vita. L’altro gruppo riceverà invece un placebo. L’idea alla base del test è verificare se è possibile far abituare all’insulina il sistema immunitario, evitando quindi i sintomi del diabete di tipo 1, che si manifestano di solito durante l’infanzia. “Evitare ai bambini e alle loro famiglie di vivere con il diabete e le sue complicazioni come la cecità e i problemi ai reni o al cuore, sarebbe fantastico”, ha affermato Matthew Snape, il coordinatore dello studio.

 

La prospettiva in Italia

“In Italia secondo le stime più recenti sono 18.000 i bambini e gli adolescenti colpiti dal diabete tipo 1, costretti alla somministrazione di insulina attraverso iniezioni (quattro ma anche sei volte al giorno) oppure all’impiego di microinfusori. Mentre nel complesso per il Ministero della salute sono circa 300.000 gli Italiani, giovani e adulti, con diabete tipo 1 – ha spiegato il dottor Mirani -. Numeri che dimostrano ampiamente l’impatto sociale che questa malattia ha anche nel nostro Paese e sulla quale purtroppo allo stato attuale delle cose possiamo intervenire solo “curando” e non “prevenendo”. Con questo studio l’obiettivo diventa proprio la prevenzione: identificare i bambini a maggior rischio di diabete di tipo 1 già alla nascita, effettuando uno screening genetico, e intervenire somministrando insulina per via orale per indurre una tolleranza immunitaria e impedire lo sviluppo dell’autoimmunità che successivamente porta al diabete di tipo 1. Sebbene quando si parla di sistema immunitario, in ragione della sua complessità, occorra sempre molta cautela, se questa ricerca avrà i risultati sperati saremmo davvero di fronte a una svolta epocale nel trattamento di questa patologia”.

 

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