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Cuore e sistema cardiovascolare

Cuore, che ruolo ha l’infiammazione nell’insorgenza della malattia cardiaca?

20/02/2018

Per la valutazione del rischio cardiovascolare si è sempre tenuto in considerazione l’impatto di fattori come il colesterolo alto, il fumo di sigaretta e l’eccesso di peso. Negli ultimi anni dalla ricerca sono arrivate delle indicazioni utili relative al ruolo dell’infiammazione nel processo che porta all’insorgenza e allo sviluppo della malattia aterosclerotica. Ne parliamo con la dottoressa Maddalena Lettino del Dipartimento cardiovascolare di Humanitas.

L’infiammazione

Con questo termine si fa riferimento, in generale, a una risposta naturale dell’organismo, una reazione di difesa contro la presenza di agenti esterni. Pensiamo a un’infezione: l’organismo attiva le proprie difese per riparare il danno occorso ed eliminare i microrganismi patogeni responsabili dell’infezione. Questo è un caso di infiammazione acuta, lo è anche il caso di un trauma come una ferita da taglio, per esempio. Se invece la risposta dell’organismo è nel lungo periodo, in presenza di uno stimolo continuo, si parla di infiammazione cronica.

Rischio cardiovascolare

Il processo patologico che porta, nella maggior parte dei casi, all’insorgenza di un infarto o di un ictus è l’aterosclerosi. Lungo le pareti dei vasi sanguigni si formano delle placche formate da diversi materiali, tra cui il colesterolo, che possono rompersi e determinare la formazione di coaguli di sangue che bloccano l’afflusso di sangue al cuore o al cervello.

La formazione delle placche potrebbe nascere proprio da un lungo processo infiammatorio che si realizza lungo le pareti vascolari. I detriti di colesterolo “cattivo” e altre sostanze tossiche che introduciamo nell’organismo, come i derivati del fumo di sigaretta, agiscono in questo caso da corpi estranei per il rivestimento del vaso, promuovono l’arrivo di cellule infiammatorie, che tentano in parte di neutralizzarli, e piano piano danno origine a veri e propri accumuli di materiale altamente instabile, pronto a ulcerarsi e a favorire la trombosi.

La ricerca

Diversi studi hanno approfondito il ruolo dell’infiammazione e il suo grado di coinvolgimento relativamente al rischio cardiovascolare: «Sono state fatte diverse valutazioni sull’infiammazione e sul ruolo che svolge nello sviluppo della placca aterosclerotica», aggiunge la dottoressa Lettino.

In particolare si è meritata l’attenzione dei ricercatori una molecola, la proteina C-reattiva, prodotta dal fegato in risposta all’infiammazione sistemica e utilizzata come suo marcatore: «Grazie a questa proteina è possibile identificare in qualche modo i soggetti con un maggior rischio cardiovascolare. Tuttavia è bene sottolineare che si tratta di un marcatore aspecifico e che al momento viene utilizzato prevalentemente in campo sperimentale: il suo aumento potrebbe essere infatti ricondotto a diversi problemi, come infezioni, stato febbrile, malattie reumatologiche».

La proteina C-reattiva non è impiegata nella pratica clinica in cardiologia ma nel mondo della ricerca, «ad esempio per vedere se i farmaci utilizzati per il contrasto dell’aterosclerosi agiscono meglio nei pazienti con valori più alti di questa proteina», ricorda in conclusione la dottoressa Lettino. Altri lavori di ricerca hanno provato a vedere se i farmaci anti-colesterolo, ovvero le statine, possono anche ridurre l’infiammazione nelle arterie.

A tal proposito un recente studio del Brigham and Women’s Hospital (USA) pubblicato su New England Journal of Medicine ha fornito nuove e importanti informazioni. La ricerca, condotta su oltre diecimila individui, ha visto come un farmaco antinfiammatorio riducesse le probabilità di un secondo evento cardiovascolare avverso. Tutti i soggetti coinvolti avevano alti livelli di proteina C-reattiva: i pazienti arruolati sono stati assegnati in modo randomizzato al farmaco canakinumab, un anticorpo monoclonale impiegato per il trattamento di una patologia autoimmune dell’infanzia, o al placebo. Si è visto che chi aveva ricevuto la dose più alta del farmaco aveva meno probabilità di andare incontro a un secondo attacco di cuore, ictus o altro evento senza evidenziare alcun effetto del farmaco sui livelli di colesterolo.

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