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Benessere

Sindrome fatica cronica, con l’attività fisica migliora il benessere generale?

28/11/2017

Incrementare progressivamente la “dose” di attività fisica potrebbe assicurare ad alcuni pazienti con sindrome della fatica cronica un miglior benessere. Dei ricercatori della Queen Mary University of London (Regno Unito) hanno condotto uno studio su circa duecento individui colpiti da questo disturbo riscontrando una riduzione della fatica. Merito di un particolare metodo di attività fisica. Ne parliamo con il dottor Fabio Intelligente, anestesista coordinatore del servizio di Terapia antalgica per il Dolore Cronico di Humanitas.

Lo studio

I partecipanti sono stati assegnati a due gruppi. Al primo è stato affidato un programma di attività fisica diviso in sei fasi: il programma durava dodici settimane e con fasi di allenamento crescente. Molti pazienti hanno scelto la camminata: di settimana in settimana, la quantità di attività fisica sarebbe stata aumentata di massimo il 20%; se ad esempio nella prima ci si era messi in movimento per cinque minuti, nella seconda lo si sarebbe fatto per sei. Nelle prime otto settimane i pazienti del primo gruppo si sono avvalsi anche della consulenza di un fisioterapista che interveniva via Skype.

 

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Entrambi i gruppi hanno poi beneficiato di una terapia sintomatica per il trattamento dei sintomi più comuni della sindrome della fatica cronica come l’insonnia o il dolore cronico. Prima e al termine delle dodici settimane sono stati somministrati dei questionari per valutare i livelli di fatica e funzione fisica dei pazienti.

I risultati

È emerso che nel primo gruppo rispetto al secondo il livello generale di fatica era quattro punti più basso e la funzione fisica maggiore di sei (un dato, quest’utimo, di rilevanza più statistica che clinica). Circa un paziente su cinque ha riferito di sentirsi meglio rispetto a uno su venti del secondo gruppo (il primo gruppo ha però fatto registrare più defezioni).

I vantaggi dell’attività fisica in caso di dolore cronico sono innegabili: «Nei limiti del possibile e in base alle sue condizioni di salute, il paziente dovrebbe dedicare del tempo all’attività fisica all’interno della terapia antalgica, accanto ad altri presidi come la dieta equilibrata, la supplementazione, l’assunzione di farmaci», ricorda il dottor Intelligente.

Un tratto fondamentale per la gestione del dolore cronico è emerso di recente nella pratica clinica e riguarda il coinvolgimento del paziente nella terapia: l’empowerment. «Questo studio pubblicato su Lancet evidenzia questo aspetto. Migliorare l’empowerment del paziente significa renderlo più consapevole, autonomo e responsabile nella gestione delle risorse a disposizione per la gestione della terapia, all’interno di interventi appropriati che diventano così sempre più efficaci», conclude l’esperto.

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