Stai leggendo Linfosclerosi, quei “cordoncini” dopo un intervento per tumore al seno

Magazine

Linfosclerosi, quei “cordoncini” dopo un intervento per tumore al seno

21/11/2017

Uno dei possibili effetti collaterali di un intervento chirurgico per il trattamento del tumore al seno è la comparsa di “cordoncini” sotto la cute ascellare. Naturalmente viene interessato il braccio dello stesso lato in cui si trova la mammella operata per tumore. Sono delle sottili formazioni di tessuto fibroso che prende il nome di linfosclerosi e che possono impensierire le pazienti. Tuttavia, grazie ad alcune sessioni di trattamento e a diversi presidi, nell’arco di pochi mesi è molto probabile che queste piccole corde scompaiano. Ne parliamo con la dottoressa Angelica Della Valle, senologa di Humanitas.

Le cause

«La linfosclerosi, anche conosciuta come “axillary web syndrome”, è una patologia che si può manifestare dopo l’intervento di asportazione del linfonodo sentinella o dopo dissezione linfonodale del cavo ascellare», spiega la dottoressa Della Valle.

 

Articoli correlati

 

«Le cause – continua – non sono ancora ben definite; può derivare dal traumatismo del tessuto connettivo che riveste i vasi linfatici, con successiva insorgenza di un processo infiammatorio che porta ad un irrigidimento dei tessuti, fino alla fibrosi».

Sebbene questi “cordoncini” tendano a formarsi sotto la cute del cavo ascellare, non è infrequente che possano comparire anche lungo lo spazio anteriore della piega del gomito e, nei casi più gravi possono arrivare fino al palmo. La paziente potrà avvertire dolore ad esempio sollevando il braccio al di sopra delle spalle oppure una sensazione di “pelle che tira”. Pertanto sarà portata a limitare la gamma dei movimenti nello svolgimento delle proprie attività quotidiane.

Che fare?

Tuttavia la paziente ha a disposizione diversi trattamenti per la linfosclerosi: «Sono consigliati trattamenti fisiokinesiterapici di stretching e terapia manuale: massaggi e frizioni eseguite da un fisioterapista ed esercizi di mobilizzazione attiva e passiva», ricorda la specialista. «Nella maggior parte dei casi – conclude – questa problematica si risolve in due o tre mesi spontaneamente, ma il trattamento riabilitativo può favorire la guarigione in tempi più rapidi».

Articoli che potrebbero interessarti

Non perderti i nostri consigli sulla tua salute

Registrati per la newsletter settimanale di Humanitas Salute e ricevi aggiornamenti su prevenzione, nutrizione, lifestyle e consigli per migliorare il tuo stile di vita