Sport

Cuore e racchetta, un binomio pericoloso?

21/10/2002

Servizi, ace, dritti e rovesci vincenti, due o quattro giocatori divisi da una rete: questo è il tennis. Uno fra gli sport più diffusi e praticati, singolo o doppio che di solito garantisce una buona dose di divertimento, competizione e allenamento fisico. Ma fa bene al cuore? A che tipo di sforzo sottopone il muscolo cardiaco? E chi soffre di cardiopatie può praticarlo? Rivolgiamo queste domande al dott. Stefano Aglieri, medico dello sport dell’Unità Operativa di Riabilitazione e Recupero funzionale di Humanitas diretta dal dottor Lorenzo Panella.

A che tipo di sforzo una partita di tennis sottopone l’apparato cardiocircolatorio?
Occorre distinguere tra gioco in singolo e in doppio, e tra chi gioca un’ora di tennis palleggiando a ritmo blando e chi invece s’impegna in una partita, anche dilettantistica, che comunque lo costringe a continui e rapidi sforzi per servizi, corse avanti indietro e forti colpi. Cominciamo con il far riferimento alla partita in singolo. Il gioco richiede una buona resistenza e implica un metabolismo di tipo misto, prevalentemente aerobico su una partita di 3/4 ore, ma in realtà con punte di anaerobico nel vivo del gioco, in fase di servizi, colpi, scatti veloci avanti e indietro su uno spazio abbastanza ristretto. Tali fasi possono prevalere nella partita di un’ora tra amici. L’apparato cardiovascolare è fortemente sollecitato e il cuore, per rispondere alle diverse richieste di energia, sviluppa meccanismi di adattamento che deve mettere in moto in maniera molto rapida. Il più utilizzato è quello di aumentare la portata cardiaca, cioè la quantità di sangue pompata nell’unità di tempo, in modo da far arrivare “carburante” ai muscoli che nel momento di massima sollecitazione aumentano il loro fabbisogno. Nello sviluppo del gioco si hanno quindi continue e violente variazioni di frequenza del battito cardiaco: nel giro di pochi minuti si passa da una bassa frequenza a una molto più elevata. Il che si traduce in un effetto stressante sul sistema cardiovascolare, e, soprattutto, sul cuore. Per chi lo pratica a livello agonistico sicuramente, ma anche per i dilettanti che giocano con impegno partite e tornei.

Che requisiti fisici deve avere chi vuole praticare il tennis senza problemi?
E’ fondamentale avere un apparato cardiocircolatorio integro, con coronarie perfettamente indenni e sane, nessuna patologia. In ogni caso si consiglia anche ai “soggetti sani” di praticarlo con buon senso.

Perché? Ci possono essere rischi?
La casistica per i casi di infarti acuti esorditi sui campi da tennis purtroppo è alta. Per questo è bene tenere sotto controllo il proprio stato di salute.

Quali sono i campanelli d’allarme cui si deve prestare attenzione?
Ci sono sensazioni sgradevoli e dolorose che meritano grande attenzione, come l’eccessiva mancanza di fiato, peso e restringimento al petto o alla gola, dolore che dal petto si irradia verso la schiena e le spalle. In presenza di questi disturbi è consigliabile accertarsi che l’origine non sia cardiaca. E comunque bisogna sempre fermarsi quando c’è qualcosa che non va.

Quindi, divieto assoluto per i cardiopatici?
Divieto assoluto no. Dipende dal livello della cardiopatia. Il cardiopatico tendenzialmente non dovrebbe giocare a tennis a certi livelli, cioè non dovrebbe fare vere e proprie partite. Questo specialmente in caso di patologie che coinvolgono le coronarie. Se le arterie sono ostruite anche il cuore può trovarsi in difficoltà, sotto forte sollecitazione, per il mancato apporto di sangue e cioè di “carburante”. Ma nel caso di una persona che ha sempre giocato con regolarità, spesso è difficile dirgli di smettere. Si può allora valutare l’entità del problema e decidere che il paziente riprenda l’attività tennistica a certe condizioni: se il problema non particolarmente grave, se il paziente segue la terapia, se rinuncia alla grande partita e si accontenta di palleggiare in maniera veramente poco impegnativa. E’ indispensabile, però, che questo avvenga sotto periodico controllo cardiologico e con l’uso di un cardiofrequenzimetro, uno strumento che misura le variazioni di frequenza cardiaca. A ogni paziente verranno dati opportuni valori di riferimento oltre i quali non andare, per rimanere in una situazione di sicurezza.

Se tutto va bene, il tennis produce qualche vantaggio?
Sicuramente aiuta a mantenersi in forma, ma, a livello di cuore, non dà nessun vantaggio specifico. E non aiuta nella prevenzione secondaria delle cardiopatie.

La pratica su campi scoperti o coperti influisce sullo sforzo?
Non sul tipo di sforzo. Semplicemente la condizione ambientale, principalmente il freddo, può essere una condizione di stress ulteriore che si va a sommare allo sforzo fisico.

Il doppio può essere una buona soluzione per giocare senza mettere a dura prova il cuore, cardiopatici inclusi?
Nel doppio, più dello sforzo fisico e della capacità di resistenza, gioca la prontezza di riflessi e la rapidità di azione. Lo stress degli scatti di corsa avanti indietro per coprire la superficie del campo è limitato. Quindi può essere certamente un modo per praticare questo sport con minori sollecitazione all’apparato cardiocircolatorio. Ma il cardiopatico dovrà sempre usare il cardio-frequenzimetro e soprattutto molto buon senso.

A cura di Francesca Blasi

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