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Sport

Quando il cuore va sott’acqua

05/11/2002

Terzo appuntamento con lo speciale “cuore e sport”. Questa settimana si parla di nuoto. Se praticato con costanza può essere un vero toccasana. La parola al dottor Stefano Aglieri, medico dello sport dell’Unità Operativa di Riabilitazione e Recupero funzionale di Humanitas diretta dal dottor Lorenzo Panella.

A che tipo di sforzo viene sottoposto l’apparato cardiocircolatorio quando si nuota?
“A parte i ragazzini che se non fanno propriamente attività agonistica, si allenano comunque in scatti da 25 e 50 metri, per l’adulto, sia sano sia malato, il nuoto è da considerarsi un esercizio fisico di resistenza, solitamente praticato con uno sforzo regolare e di durata, sulla distanza medio e mediolunga. Quindi è un’attività sportiva che innesca meccanismi metabolici di tipo prevalentemente aerobico, direi addirittura al 90/100%”.

E quali vantaggi per il cuore?
“Ha decisamente implicazioni favorevoli, perché si ottiene un “effetto training” eccellente sul sistema cardiovascolare. Il lavoro muscolare prevalentemente aerobico, infatti, allena moltissimo “la periferia”, cioè muscoli e sistema circolatrorio periferico, predisponendo questi distretti in modo tale che ne deriva un indubbio vantaggio a livello del consumo energetico del miocardio. Il muscolo cardiaco, grazie a una serie di adattamenti a livello periferico, viene cioè allenato a consumare, a parità d’intensità d’esercizio, meno ossigeno, meno energie. Facciamo un esempio. Se vado a nuotare in piscina senza essere allenato, a un certo punto il cuore comincia a battere velocissimo e, quindi, a consumare molto combustibile. Ma se continuo a recarmi in piscina con regolarità ogni due/tre giorni e ad eseguire sempre la stessa distanza, progressivamente questo consumo energetico si abbassa e si abbassa la frequenza cardiaca: sto ottenendo un effetto training sul mio cuore”.

E’ utile anche per il cardiopatico?
“Se un cuore sano ottiene questi vantaggi, altrettanto si è pensato che potesse ottenerne un cuore malato. È proprio dagli studi sui grandi atleti di nuoto, come di maratona, che si sono ricavati i principi base della riabilitazione dei cardiopatici. Esistono farmaci che vengono utilizzati per ridurre il consumo energetico del muscolo cardiaco, ma hanno effetti collaterali e non tutti possono tollerarli. Quindi, senza pensare che l’attività fisica possa sostituire i farmaci, una volta dimostrato che uno sport come il nuoto può dare benefici effetti sul cuore del cardiopatico, sarebbe controproducente non suggerirne la pratica”.

Qual è la frequenza ideale per ottenere benefici?
“Diciamo che nuotare 2/3 volte la settimana per 30-45 minuti può già essere un esercizio allenante. Occorre poi sempre il buon senso e l’indicazione medica precisa a non superare certi livelli di intensità di lavoro”.

Uno sport senza rischi…
“Non del tutto. Bisogna segnalare una cosa molto importante. Quando si è nell’acqua, per un meccanismo di tipo neurologico, la sensazione del dolore si avverte con molto ritardo. Di conseguenza, nessun problema per il cardiopatico che ha una situazione molto stabilizzata. Ma il soggetto che ha avuto un infarto, il cui decorso fa anche pensare che ci potrebbe essere un’angina, deve sapere che mentre nuota potrebbe avere un’ischemia cardiaca senza accusare dolore o avvertendolo con ritardo. E questo può essere pericoloso”.

Quindi?
“Si deve valutare molto bene il paziente. Se è un cardiopatico stabilizzato, con una buona riserva coronarica, sappiamo che non corre rischi. Se invece siamo di fronte a un paziente che ha ancora una modesta ischemia da sforzo, allora è meglio sconsigliare il nuoto”.

Torniamo a chi non ha problemi di cuore. Che benefici può avere dal nuoto?
“Chi pratica il nuoto con costanza, seguendo corrette regole di allenamento, fa un ottimo servizio al suo cuore perché lo predispone ad ammalarsi di meno”.

Con quali limiti?
“Quelli delle proprie capacità e del proprio livello di allenamento. Non ha mai senso esagerare. E poiché nel nuoto, per una questione biomeccanica, la frequenza del battito cardiaco non sale mai tantissimo, molto meno per esempio che nella corsa, sono altre le sensazioni che non bisogna raggiungere, quali l’affaticamento esasperato”.

Male alle gambe, sensazione di stanchezza?
“Incrementando l’intensità d’esercizio, s’innesca a un certo punto un metabolismo anaerobico lattacido: l’organismo ha bisogno di altri combustibili e quindi produce acido lattico. Fino a un certo limite il muscolo è in grado di smaltirlo, riconvertendolo in altri metaboliti, poi non ce la fa più. Subentrano allora il mal di gambe e la sensazione di fatica, segno che si è arrivati a una soglia pericolosa. Ovviamente non per i grandi campioni, allenati anche a recuperare in fretta. Sicuramente inutile e sconsigliabile per tutti gli altri”.

A Cura di Francesca Blasi

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