Stai leggendo Conosci le fasi dell’endometriosi?

Salute della donna

Conosci le fasi dell’endometriosi?

23/01/2020

Chi ne soffre lo sa: l’endometriosi è un disturbo difficile da diagnosticare e spesso sottovalutato da chi non lo conosce a fondo. Anche chi ci convive, però, spesso non ne conosce le varie fasi e non sa che queste possono essere trattate in modi diversi.

Ma cos’è l’endometriosi? Quali sono le sue fasi, e come si cura?

Ne abbiamo parlato con la dottoressa Elena Zannoni, Responsabile di chirurgia conservativa ed endoscopica e specialista di Humanitas Fertility Center.

 

L’endometriosi: cos’è, quali sono i sintomi

Prima di tutto occorre dire che l’endometriosi è una patologia che vede l’impianto di cellule endometriali, normalmente presenti nell’utero, al di fuori di questo.

È una patologia benigna che si manifesta attraverso un’infiammazione cronica sia dell’apparato genitale, sia degli organi presenti nel pavimento pelvico (come la vescica): questa provoca dolore acuto, specialmente durante il ciclo mestruale, talvolta associato a difficoltà di concepimento.

In Italia ne soffrono circa tre milioni di donne, e nel 30-40% dei casi si scopre di averla mentre si fa un controllo per altre patologie: il che significa che può essere asintomatica.

Generalmente, però, il primo sintomo a cui prestare attenzione è proprio il dolore, che rende invalidante la vita quotidiana nei giorni del ciclo, e che non passa utilizzando i classici antidolorifici o antispastici. Dolore pelvico durante i rapporti sessuali è un altro sintomo da non sottovalutare. 

 

Le fasi dell’endometriosi

L’American Society for Reproductive Medicine (ASRM), l’organizzazione dedicata al progresso della scienza e della pratica della medicina riproduttiva, propone una suddivisione della malattia in quattro fasi distinte, a seconda della gravità, del livello di distorsione anatomica presente e del modo in cui curarla.

Fase I: l’estensione del danno è minimo, si segnala la presenza di alcune macchie di tessuto endometriale a livello superficiale, al di fuori dall’utero.

Fase 2: le lesioni sono leggermente più profonde e numerose.

Fase 3: alle lesioni si aggiungono piccoli endometriomi (cisti ovariche causate, appunto, dall’endometriosi) e tessuto cicatriziale.

Fase 4: le lesioni sono molto profonde, presentano cicatrici significative e cisti su una o entrambe le ovaie.

Articoli correlati
Salute della donna

Cibi da prediligere per alleviare i sintomi 

La Fondazione Italiana Endometriosi ha proposto un regime alimentare che potrebbe avere un ruolo significativo nella riduzione del dolore e dell’infiammazione provocati dalla malattia, attraverso una combinazione di cibi antinfiammatori e disintossicanti.

È importare aumentare il consumo di fibre: oltre ad avere un ruolo nel miglioramento delle funzioni digestive e intestinali, determina anche un abbassamento degli estrogeni nel sangue, con la conseguente riduzione del loro impatto sui tessuti estrogeno-dipendenti, come l’endometrio.

Le fibre sono contenute nelle verdure, nei cereali integrali, nei legumi, e nella frutta fresca come mele, pere, prugne.

Anche un aumento di acidi grassi Omega 3 è da favorire: infatti, questi aumentano la produzione di prostaglandina PGE1, che riduce l’infiammazione addominale causata dall’endometriosi.

Gli omega 3 sono presenti in grandi quantità nel pesce azzurro, nel salmone e nel tonno (fresco, non in scatola, che ne è quasi privo), ma anche nell’olio di oliva, nella frutta secca, nei semi (girasole, lino, zucca).

 

Se l’alimentazione non dovesse bastare, ci sono integratori specifici che è bene inserire nella dieta?

Se l’alimentazione non dovesse bastare, è bene inserire, magari attraverso integratori specifici, le giuste quantità di alcune vitamine e altri componenti, anch’essi molto utili nel controllo della malattia, come la Vitamina D, Omega 6, Metifolato di calcio, Partenio, Quercetina, Curcuma, Nicotinamide.

 

Come trattare l’endometriosi?

“Si può anche non fare nulla, ma dipende ovviamente dalle situazioni” spiega la dottoressa Zannoni. “Se non ci sono sintomi, la donna non sta cercando figli e i controlli dicono che la situazione è stabile si può tranquillamente non fare nulla. 

Se però le condizioni cambiano, le visite dicono che la malattia sta progredendo, il dolore diventa importante oppure la donna desidera una gravidanza, o addirittura ha cominciato a cercarne una e vede che non arriva, è meglio intervenire”.

 

Come si interviene?

La terapia dell’endometriosi si avvale di varie strategie che vanno dalla semplice osservazione, alle terapie mediche e alle terapie chirurgiche.

Alle pazienti asintomatiche e/o con piccoli endometriomi a carico delle ovaie e/o con impianti peritoneali non rilevanti può essere proposta una semplice condotta d’attesa.

Le terapie mediche possono essere proposte alle pazienti che presentano sintomatologia dolorosa o alle pazienti già sottoposte a chirurgia per prevenire le recidive.

I presidi medici più comunemente usati sono i preparati a base di progesterone o le associazioni estro progestiniche, ossia la classica pillola anticoncezionale, farmaci che possono essere utilizzati per lunghissimo tempo e che agiscono molto bene sulla risoluzione del dolore. Esistono poi altri farmaci, più costosi e non utilizzabili a lungo, il cui utilizzo va valutato, caso per caso, dallo specialista.

Le terapie mediche non vengono prescritte per guarire l’endometriosi, ma per tenerne sotto controllo i sintomi, migliorando così la qualità di vita delle pazienti affette da questa patologia.

Il ricorso alla chirurgia deve essere valutato sempre molto attentamente. La chirurgia infatti  (e a maggior ragione quando non eseguita in modo corretto) può portare a degli effetti collaterali che determinano una diminuzione del potenziale riproduttivo della donna per una riduzione della sua riserva ovarica. Infatti, durante l’asportazione del tessuto endometriosico, spesso si danneggiano anche i tessuti sani, diminuendo, per esempio, il numero degli ovociti presenti nell’ovaio operato o creando alterazioni nella vascolarizzazione d’organo con conseguente diminuzione della sua funzione.

La laparoscopia deve essere sempre eseguita da chirurghi esperti, che abbiano a cuore la salute riproduttiva della donna e che utilizzino modalità chirurgiche corrette (per esempio l’asportazione di una cisti ovarica mediante l’identificazione del suo piano di clivaggio e il successivo stripping, ossia l’asportazione della sola capsula della cisti – nonché l’utilizzazione di tecniche di controllo dell’emostasi, ossia dei sanguinamenti, non troppo pesanti).

Articoli che potrebbero interessarti

Non perderti i nostri consigli sulla tua salute

Registrati per la newsletter settimanale di Humanitas Salute e ricevi aggiornamenti su prevenzione, nutrizione, lifestyle e consigli per migliorare il tuo stile di vita