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Bellezza

Troppa pulizia fa male alla pelle?

10/10/2012

Alcuni saponi contengono sostanze dannose, che possono aumentare il rischio di allergie e impoverire la cute delle sue difese naturali.

L’allarme arriva da una ricerca dell’Università del Michigan, che ha rilevato che i giovani che usano troppo i saponi antibatterici (con triclosan) sono più soggetti alle allergie. Non solo: l’esposizione a livelli maggiori di bisfenolo A (bpa) tra gli adulti influisce negativamente sul sistema immunitario. Dove si trovano queste sostanze esattamente? Il triclosan si trova in saponi, dentifrici, pannolini e strumenti medici, mentre il bisfenolo A è presente in molti materiali plastici, come i recipienti usati per conservare gli alimenti. La parola al professor Marcello Monti, responsabile di Dermatologia di Humanitas e Docente di Dermatologia all’Università di Milano.

Professor Monti, troppa pulizia può far male?
“E’ vero: troppo pulizia può far ammalare. Fin dal mattino, quando ci laviamo il corpo e i capelli e, poi, magari, applichiamo una crema, senza saperlo andiamo in contatto con differenti antimicrobici presenti nei prodotti d’igiene o di bellezza e questo non fa certo bene. Si sa da tempo che con l’utilizzo di antibiotici o antisettici i batteri della cute vengono per così dire ‘spiazzati’ e la guarigione delle ferite diventa più lunga o più difficoltosa. In altre parole, sembra che i batteri cutanei, come gli Stafilococchi o gli Streptococchi, che si sono adattati a noi nell’evoluzione da milioni di anni, collaborino al benessere e alla funzionalità della pelle. Per i microbiologi i batteri della pelle sono come dei guardiani del territorio che impediscono ad altri microrganismi di attecchire e provocare danni. Per i biologi i batteri della pelle producono sostanze proteiche stimolanti che mantengono attivo il sistema difensivo immunitario, non solo cutaneo, ma dell’intero organismo. E, del resto, gli stessi dermatologi avevano capito che applicando antibiotici sulla pelle si ritardava la guarigione delle ferite o delle ulcere”.

Quando si rischia la setticemia?
“Oggi effettivamente il problema si è complicato perché sono entrate in campo le multiresistenze batteriche, un fenomeno per cui i batteri, sottoposti al contatto con antibiotici o antisettici, sviluppano una resistenza che poi trasferiscono ad altri ceppi batterici. In pratica, siamo rapidamente arrivati al punto che un batterio che, fino a pochi anni fa, veniva debellato con una dose di penicillina, ora è resistente a tutti gli antibiotici conosciuti e, quindi, si può morire di setticemia. Hanno, infatti, fatto scalpore le morti di giovani atleti del football americano dovute a banali infezioni cutanee causate da scontro di gioco”.

E gli antimicrobici?
“Ora si punta il dito contro gli antimicrobici, sempre presenti a vario titolo nei cosmetici, prodotti da trucco, prodotti d’igiene e alcuni alimenti. Il bombardamento quotidiano, dall’interno e dall’esterno, di antimicrobici su vastissima scala sta producendo veri e propri danni nel sistema batterico della pelle con le preoccupanti conseguenze citate”.

Quali sono i rimedi? Una provocazione: non lavarsi?
“Pochi per ora. Auspico la diffusione di una maggiore informazione corretta sull’uso di antimicrobici e, allo stesso tempo, tempestive restrizioni nell’uso di antisettici nei prodotti per la pelle e negli alimenti. Fino ad oggi si è pensato al concetto di ‘sterilizzazione’ dei prodotti commerciali, quindi mettiamo più antisettici e siamo più tranquilli. Ma è sbagliato. Domani dovremo sostituire il termine ‘sterilizzazione’ con quello di ‘inibizione selettiva della crescita batterica’, un concetto difficile da mettere sotto forma di regolamento e ancora più difficile da fare applicare. Impariamo, comunque, in generale, a considerare i batteri più come amici che come nemici. Per l’igiene o la cosmesi è bene rivolgersi a prodotti di marca che, essendo ben formulati, hanno bisogno di poco preservante, mentre quelli di fascia bassa, al contrario, usano gli antimicrobici più potenti per sopperire alle carenze igieniche e formulative in fase di produzione”.

A cura di Lucrezia Zaccaria

 

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