Frattura della caviglia, la riabilitazione parte da anca e ginocchio

Una frattura della caviglia può interessare una o più ossa che compongono l’articolazione: tibia, perone e astragalo. In base a questa eventualità e al grado di severità della frattura si valuterà l’opportunità di intervenire chirurgicamente o meno. La forma di trattamento scelta sarà rilevante anche per la definizione del percorso riabilitativo che il paziente dovrà seguire: «Nella maggior parte dei casi, è necessario l’intervento chirurgico, al termine del quale è fondamentale iniziare precocemente un percorso di riabilitazione specifico sulla base delle indicazioni iniziali concordate con il chirurgo. Se invece il trattamento non è chirurgico, è necessario l’utilizzo di tutori per mantenere nella corretta posizione l’articolazione in attesa della guarigione ossea per poi proseguire con la riabilitazione», spiega il dottor Cristiano Sconza, specialista in riabilitazione ortopedica di Humanitas.

Le prime fasi

Un tratto importante, indipendentemente dal tipo di trattamento eseguito, riguarda il coinvolgimento delle altre articolazioni: «Inizialmente la riabilitazione non lavora direttamente sulla caviglia, che deve essere tutelata, ma sulle altre articolazioni al fine di mantenerne funzione e forza muscolare, sia a livello del ginocchio, dell’anca e del bacino. Utile è inoltre l’introduzione di varie tipologie di terapia fisica, ad esempio la magnetoterapia per dare all’osso lo stimolo per consolidare più velocemente».

(Per approfondire leggi qui: Caviglia instabile, come rinforzare i muscoli e migliorare l’equilibrio?)

La riabilitazione dovrà seguire inevitabilmente il trattamento del dolore, del gonfiore e dell’infiammazione, quindi un periodo di riposo per il paziente: «Dopo di che si comincia a far eseguire al paziente degli esercizi specifici di rinforzo muscolare della caviglia permettendogli, infine, di camminare prima con un deambulatore e poi con le stampelle. Dopo le prime sedute, il paziente – spiega il dottor Sconza – verrà progressivamente istruito ad apprendere gli esercizi e riprodurli autonomamente al proprio domicilio in base alle indicazioni programmate dal medico fisiatra e applicate sul paziente dal fisioterapista. Importante sarà poi il periodico controllo e monitoraggio dell’evoluzione del quadro clinico e funzionale ad opera del medico fisiatra».

Oltre alla fisioterapia si potrà ricorrere ad altre opzioni di trattamento adiuvanti a quanto impostato come «la tecarterapia, la laserterapia ed in particolare le onde d’urto focali, arma importantissima nei casi di ritardo di consolidamento della frattura».

Le fasi finali

Gli esercizi dell’ultima parte della riabilitazione si concentrano su un aspetto fondamentale: «La propriocezione – ricorda lo specialista. Si tratta di una serie di esercizi finalizzati al recupero del controllo del movimento, dell’equilibrio e della coordinazione nel cammino, con l’ausilio di strumenti quali ad esempio delle semplici tavolette propriocettive fino ad arrivare all’utilizzo di ben più complesse pedane elettroniche. Il training sarà finalizzato a ridare al paziente la capacità di movimento il più simile possibile a prima dell’infortunio», conclude il dottor Sconza.

(Per approfondire leggi qui: Fascite plantare, gli esercizi per lo stretching e il rinforzo muscolare)