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Tumore al seno, autorizzato negli Usa primo farmaco in caso di mutazioni geni BRCA1 e 2

09/03/2018

La lotta al tumore al seno ha un’arma in più. Negli Stati Uniti è stato infatti autorizzato il primo farmaco per il trattamento del tumore alla mammella in fase metastatica causato da mutazioni patogenetiche nei geni BRCA1 e 2. A questa nuova terapia è associato un aumento della sopravvivenza libera da progressione di malattia. Ne parliamo con la dottoressa Monica Zuradelli, assistente di Oncologia medica ed Ematologia e responsabile del Servizio di Counselling genetico per il tumore della mammella e dell’ovaio di Humanitas.

Un difetto nella riparazione del DNA

L’autorizzazione al nuovo trattamento è stata data dalla Food and Drug Administration, l’autorità regolatrice del settore farmaceutico statunitense. Il farmaco potrà essere assunto dalle donne affette da tumore al seno metastatico e portatrici di una mutazione patogenetica a carico dei geni BRCA1 o BRCA2.

Il farmaco si chiama olaparib ed è già utilizzato da alcuni anni in campo oncologico per il trattamento del tumore ovarico metastatico insorto in donne portatrici delle medesime mutazioni genetiche e responsive a trattamenti chemioterapici a base di sali di platino. Si tratta di un farmaco che appartiene alla famiglia dei PARP inibitori. Queste molecole bloccano l’attività di un enzima coinvolto nel processo di riparazione del DNA danneggiato nelle cellule tumorali. Ostacolando l’azione dell’enzima, il farmaco fa sì che il materiale genetico delle cellule tumorali non possa essere riparato e che quindi le cellule vadano incontro a morte, ovvero a un rallentamento o a una interruzione della crescita tumorale.

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L’agenzia statunitense ha dato il via libera all’utilizzo del farmaco per il tumore mammario con mutazioni patogenetiche nei geni BRCA1 o BRCA2 alla luce dei risultati di un trial clinico randomizzato. Questo trial ha coinvolto più di trecento pazienti con neoplasia in fase avanzata, randomizzate in due braccia di trattamento: olaparib versus chemioterapia standard. Tra le pazienti che hanno assunto olaparib la sopravvivenza libera da progressione di malattia è stata maggiore rispetto a coloro che sono state sottoposte a chemioterapia standard: sette mesi contro poco più di quattro. La nuova molecola, però, non ha migliorato la sopravvivenza globale.

Lo studio ha inoltre evidenziato alcuni frequenti effetti collaterali correlati all’assunzione del nuovo farmaco, quali anemia, nausea e vomito, astenia, mal di testa e tosse.

«L’autorizzazione del farmaco – aggiunge la dottoressa Zuradelli – è assolutamente una buona notizia. Essa fornisce una nuova alternativa terapeutica in grado di prolungare in maniera significativa il controllo di malattia in questo particolare gruppo di pazienti. I Parp-inibitori sono infatti un’innovativa classe di farmaci capaci di sfruttare la mancanza di alcuni meccanismi di riparazione del DNA all’interno delle cellule tumorali per avviarle direttamente e selettivamente alla morte».

Geni e rischio tumore

Come negli Stati Uniti, anche in Italia il tumore più diagnosticato nel sesso femminile è quello al seno. Tra i suoi fattori di rischio non modificabili c’è anche la familiarità. Una percentuale compresa tra il 5% e il 7% – riferisce l’Aiom, Associazione Italiana di Oncologia Medica – è associata a fattori ereditari. Tra questi, in un caso su quattro, sono responsabili i geni oncosoppressori BRCA1 e BRCA2 normalmente coinvolti nel processo di riparazione del DNA.

Mutazioni patogenetiche a carico di questi geni aumentano in maniera significativa la probabilità, nel corso della vita, di sviluppare il tumore del seno e/o dell’ovaio. In particolare, si calcola che le donne con mutazione patogenetica nel gene BRCA1 hanno un rischio di sviluppare il tumore al seno fino al 65% e dell’ovaio fino al 40% nel corso della vita; le donne invece con mutazione patogenetica a carico del gene BRCA2 hanno un rischio di sviluppare il tumore al seno fino al 50% e dell’ovaio fino al 20% nel corso della vita. A fronte di tali rischi è pertanto ragionevole discutere con le pazienti eventuali opzioni di chirurgia profilattica volte all’abbattimento del rischio, quali la mastectomia e/o la salpingo-oforectomia bilaterale.

Ma come si possono individuare le mutazioni a carico dei geni BRCA1 e 2? «Accertare la presenza di mutazioni patogenetiche nei geni BRCA1 e 2 è un procedimento che richiede alla paziente essenzialmente un prelievo di sangue periferico che verrà poi analizzato mediante specifiche metodiche in laboratorio», risponde la specialista.

«In realtà, però, è bene che tale procedura sia sempre svolta nell’ambito di un percorso di counselling genetico ben strutturato. Tale percorso, gestito da un team multidisciplinare, deve infatti prevedere una consulenza genetica pre-test, finalizzata alla verifica della corretta indicazione di quella paziente al test e alla spiegazione dei possibili risultati con conseguenti implicazioni clinico-prognostiche, e una consulenza post-test, diretta alla visione dell’esito del test, alla spiegazione del risultato e alla discussione delle opzioni diagnostico-terapeutiche più adeguate».

Quali donne dovrebbero cercare queste mutazioni?

«Queste mutazioni non sono molto frequenti nell’ambito della popolazione generale, pertanto non tutte le pazienti con diagnosi di tumore del seno sono candidate al test genetico. Per riconoscere le donne da avviare al percorso genetico ci vengono in aiuto determinati criteri di selezione riconosciuti a livello sia nazionale che internazionale. Essi si basano fondamentalmente sulla familiarità e/o su alcune caratteristiche peculiari di malattia, quali un’età precoce di insorgenza (prima dei quarant’anni), la bilateralità (ovvero la presenza di malattia in entrambe le mammelle, prima dei cinquant’anni di età), particolari tipi istologici (ad esempio il tumore del seno triplo negativo che insorge prima dei sessant’anni di età) o la presenza di tumore del seno nell’uomo», conclude la dottoressa Zuradelli.

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