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Frattura del polso, in quali casi si ricorre all’intervento chirurgico?

09/01/2018

Quella del polso è una delle fratture più comuni che, nelle persone anziane, rivela la presenza dell’osteoporosi, la patologia che rende le ossa più fragili. Ma anche se il rischio è maggiore per la terza età, tutti possono incorrere in questo infortunio. È sufficiente una caduta con la mano iperestesa per subire un trauma del genere. Ne parliamo con il dottor Alberto Lazzerini, Responsabile della Unità Operativa di Chirurgia della mano di Humanitas.

L’articolazione

L’ulna, il radio e otto piccole ossa formano l’articolazione del polso. Tra quelle più soggette a una lesione ci sono il radio e lo scafoide. La frattura del polso è frequente in particolare nei soggetti giovani, anche in età pediatrica, e negli individui che praticano attività sportiva. I suoi sintomi sono inevitabilmente il dolore e anche il gonfiore nell’area del polso e del palmo della mano, di grado diverso e accompagnati, eventualmente, da una limitazione nella funzionalità dell’articolazione e della mano stessa.

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Le fratture del polso possono essere composte o scomposte a seconda dell’eventuale spostamento dei monconi delle ossa rispetto alla loro sede anatomica. La valutazione clinica dello specialista, gli esami strumentali come la radiografia possono dare un quadro più dettagliato del tipo di infortunio subito. A volte potranno essere necessari esami come la risonanza magnetica o la tomografia computerizzata per valutare la presenza di lesioni agli altri tessuti.

Come si interviene?

Dagli esiti della diagnosi verrà definito il tipo di trattamento che potrà prevedere anche l’intervento chirurgico: «La frattura richiederà un intervento chirurgico se non sarà possibile mantenerla perfettamente ridotta con un gesso corto, ovvero lasciando il gomito libero, e con il polso in lieve estensione», spiega il dottor Lazzerini. «Quando sarebbe necessario ricorrere a gessi lunghi, fino alla spalla – continua – allora la frattura dovrà essere trattata chirurgicamente».

Un’altra indicazione all’intervento chirurgico arriva dal disallineamento articolare: «Quando l’incongruenza articolare è maggiore di due millimetri non si potrà ricorrere al trattamento conservativo. Un’altissima percentuale di fratture del polso trattate con il gesso si scompongono secondariamente».

Le lesioni di legamenti o, in misura minore, delle compressioni nervose associate alla frattura sono un ulteriore motivo per propendere per l’intervento chirurgico: «In un’alta percentuale di fratture del polso l’intervento si rende necessario perché vi si ricorre per riparare le lesioni dei legamenti. In una percentuale inferiore, in circa un caso su tre, si opta per l’intervento per decomprimere il nervo mediano», ricorda ancora il dottor Lazzerini.

La tendenza all’intervento per fratture del polso è rafforzata, infine, dal perfezionamento degli strumenti utilizzati in chirurgia: «I mezzi di sintesi di ultima generazione sono molto poco invasivi e ben tollerati dal paziente».

Il recupero

Il ritorno alle attività quotidiane è soggettivo ma comunque tendenzialmente rapido: «Dipenderà dal paziente, dalla sua età, dalle sue esigenze funzionali e dalle prestazioni motorie. In generale la riabilitazione è molto rapida e a volte non è nemmeno necessario mettere la stecca dopo l’intervento. Nel giro di pochi giorni si riprende l’uso della mano, in qualche settimana il recupero è completo», conclude lo specialista.

Durante la fase di recupero è importante mantenere le dita libere per consentirne la mobilizzazione. Dopo il trattamento potrà rendersi necessario un ciclo di fisioterapia per recuperare la forza e la mobilità funzionale dell’articolazione. Una frattura del polso potrebbe avere delle complicanze come un ritardo di guarigione dell’osso e la pseudoartrosi, sempre associata alla mancata consolidazione della frattura.

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