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Lotta ai tumori: la cura dei sarcomi è un lavoro di squadra

02/10/2007

Negli ultimi anni nei centri specializzati sono stati messi a punto metodi diagnostici e terapeutici sempre più efficaci.

Sono rari e difficili da individuare prima che raggiungano dimensioni notevoli, perché si annidano nel tessuto osseo, muscolare, nel tessuto adiposo e, in generale, in tutti i tessuti che sostengono altri organi. Negli ultimi anni, però, contro i sarcomi sono stati messi finalmente a punto strumenti terapeutici più mirati ed efficaci. Il merito è soprattutto dell’approccio multidisciplinare, che vede in prima linea nella battaglia contro queste malattie non solo i chirurghi, ma anche i radioterapisti e gli oncologi medici, e della nascita di centri di eccellenza nei quali esse sono riconosciute (in genere prima che in centri meno specializzati) e trattate secondo le conoscenze più avanzate.

Spiega il dott. Vittorio Quagliuolo, responsabile della Sezione di Chirurgia dei Sarcomi dell’Unità Operativa di Chirurgia Oncologica di Humanitas: “Questi tumori presentano una caratteristica che li rende diversi da tutti gli altri: la loro derivazione embrionale. Non originano infatti da tessuti epiteliali come la stragrande maggioranza delle altre neoplasie, ma dal tessuto mesenchimale, e per questo nascono nei tessuti di sostegno. La loro pericolosità è legata alla loro aggressività istologica, di cui si riconoscono tre gradi, dal meno al più aggressivo. Quanto all’incidenza, non ci sono differenze significative nei due sessi, e anche se l’età media dell’insorgenza è attorno ai 40-60 anni, purtroppo possono colpire anche i bambini”.

Tradizionalmente, il primo approccio terapeutico è sempre stato quello chirurgico, che prevede un’asportazione della massa il più possibile radicale. Fino a non molti anni fa, e anche oggi nei centri che non hanno una competenza specifica, queste operazioni venivano effettuate dai chirurghi generali. Tuttavia, al chirurgo dei sarcomi si possono affiancare anche altri specialisti a seconda della sede e dell’estensione del tumore primitivo (chirurgo vascolare, neurochirurgo, ortopedico, chirurgo plastico, chirurgo toracico). Ancora Quagliuolo: “In genere è necessario un intervento ampio, e talvolta è difficile perché il sarcoma, per esempio, si è sviluppato vicino a un ramo nervoso, a un grosso vaso, a un osso o alla colonna vertebrale. Per questo prima dell’operazione si fa una valutazione completa e, quando è il caso, si richiede la partecipazione di un altro specialista. A volte solo unendo le diverse competenze si può intervenire con la ragionevole probabilità di effettuare un’asportazione radicale”.

In alcuni casi selezionati, soprattutto quando la massa è molto estesa, si fa precedere l’intervento da una radio-chirurgia che aumenta le probabilità di successo. Spiega in merito la dott.ssa Marta Scorsetti, responsabile dell’Unità Operativa di Radioterapia e Radiochirurgia di Humanitas: “Grazie alle potenzialità di tecniche innovative come la radioterapia conformazionale o quella a intensità modulata (o intensity modulated radiotherapy o IMRT) è possibile trattare questi tumori prima dell’operazione per ridurne la massa e rendere così l’asportazione più radicale. Questa radioterapia, sovente abbinata a specifici protocolli di chemioterapia, si fa soprattutto nel caso dei sarcomi che colpiscono gli organi posti nella parte posteriore dell’addome (cosiddetti retroperitoneali), mentre per gli altri (quelli delle parti molli) è utile, sempre abbinata alla chemioterapia, soprattutto nella fase successiva all’intervento, per diminuire il rischio di recidive”. Le possibilità di successo derivano dunque dalla stretta interazione tra tutti gli approcci disponibili: quello chirurgico, ma anche quello radioterapico e quello farmacologico.

Quest’ultimo, poi, potrebbe rivelare presto sorprese positive, perché si stanno studiando, anche per i sarcomi, farmaci innovativi. Spiega in merito il dott. Armando Santoro, direttore del Dipartimento di Scienze Onco-Ematologiche di Humanitas: “Finora si usavano soprattutto farmaci tradizionali come l’adriamicina e l’ifofosfamide, ma al momento sono in sperimentazione clinica molecole nuove come un derivato di un’alga marina chiamato ET743 e il sorafenib, che ha già dato grandi risultati nella cura di altri tumori quali quello del fegato. Finalmente si sta verificando l’efficacia delle terapie mirate anche su questi tumori che, in Italia, colpiscono non più di 1.500 persone all’anno e che per questo non avevano avuto la giusta considerazione”. Si tratta comunque di tumori rari, ribadiscono gli specialisti, che possono essere affrontati in maniera adeguata solo da professionisti che abbiano una competenza specifica; in Italia, purtroppo, i centri di riferimento si contano ancora sulle dita di una mano.

A cura della Redazione

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