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Divento mamma: sì, ma dopo i trenta

29/05/2002

Perché la tendenza di fare sempre meno figli? Per chi è in contatto quotidiano con donne di ogni classe sociale ed età è più facile capire come viene accettata, oggi, l’idea di portare avanti una maternità, conciliandola con gli impegni di lavoro. Abbiamo voluto “fotografare” la situazione attuale nella nostra società secondo il punto di vista “pratico” di due esperte: la professoressa Chiara Simonelli, del Centro di Sessuologia Clinica di Roma, e la dottoressa Emanuela Mencaglia, psicologa dell’Istituto Clinico Humanitas di Milano.

E’ vero che la donna giovane è piuttosto restia ad avere figli?
“Da un punto di vista esclusivamente biologico – esordisce la professoressa Chiara Simonelli – l’età ideale per fare un figlio è compresa fra i 20 e i 25 anni. Ma spesso si va ancora all’università. Perciò per evitare una gravidanza indesiderata le studentesse si informano sui migliori metodi contraccettivi. Poi, arrivate a 30 anni, si tende a correre appresso al famoso “orologio biologico”, cercando di ottenere un rapporto soddisfacente con l’altro sesso attraverso il matrimonio o la convivenza: arriva finalmente il momento di avere figli. Ma non è così per tutte. In alcuni casi quando la trentenne vorrebbe diventare madre, di solito è il partner a tirarsi indietro, a non sentirsi pronto adducendo problemi economici per la coppia o impedimenti per il lavoro di lei, causati dall’arrivo di un bebè. Risultato: la maggior parte delle donne comprese fra i 30 e i 35 anni si pone il problema della maternità, ma si scontra con l’uomo che invece non vuole. Così il nostro Paese è il secondo assoluto al mondo per calo delle nascite, subito dopo la Spagna”.

Quindi la donna d’inizio del Terzo Millennio non vuole fare la mamma? La maternità oggi è una scelta o un ripiego?
“Parlando direttamente con loro – aggiunge Chiara Simonelli – posso affermare che le cose non sono proprio nei termini riferiti dai giornali. Avere un figlio, magari non subito, è comunque una scelta consapevole: si programma la gravidanza, si decide insieme al partner quando averlo, a meno di incidenti di percorso. Il fatto è che le donne moderne sono più ottimiste rispetto ai loro uomini. La maternità, ancora oggi, è un evento fortemente positivo: è sempre bello avere un figlio. Si stabilisce un legame particolare, una relazione privilegiata, fra la mamma e il suo bambino, che si arricchisce nel tempo, dando grosse soddisfazioni. Nei primi anni di vita del piccolo, la figura del padre, invece, è più defilata: si dice – non a torto – che i bambini crescono in un mondo popolato da donne”.
“L’evento della maternità – è l’opinione della dottoressa Mencaglia – potrebbe essere vissuto come una scelta, forse non si cresce più, così “velocemente”, come una volta: la donna di 30 anni rimane adolescente dentro di sé per più tempo, non sentendosi pienamente adulta. Diventare madre costituisce di per sé una scelta matura e di grande responsabilità: ecco che la si lascia per dopo, per un’età un po’ più avanzata. Una gravidanza dopo i 30-35 anni è generalmente vissuta in modo più sereno”.

Ci sono donne che antepongono il lavoro alla maternità: lei ha analizzato questo fenomeno? Quali sono i valori e le convinzioni che spingono a certe scelte?
Parla Chiara Simonelli*: “E’ il caso tipico delle donne in carriera, di quelle che prima dei 40 anni, quando sono arrivate al top nel loro ambiente, decidono che è giunto il momento. Esistono, ci sono, ma le posso assicurare che anche per loro, decidere di rinviare il “momento”, rappresenta una rinuncia assai dolorosa. Molte donne “non possono” perché, per motivi fisiologici, con l’avanzare dell’età, vanno incontro ad una fertilità diminuita o del tutto assente”.
Ha una sua tesi particolare la dottoressa Emanuela Mencaglia, psicologa dell’istituto Clinico Humanitas: “Oggi il mercato del lavoro è cambiato: rispetto ad una volta, è più difficile trovare un’occupazione fissa. Questo è vero in particolare per le donne, le quali – se trovano il posto giusto – difficilmente se lo lasciano sfuggire, magari creando una pausa nella loro “carriera”, proprio per avere un figlio: meglio programmare. Sono tendenze maturate dall’inizio degli anni ’90. Se prima, per la donna, avere un bebè costituiva l’evento, il traguardo ideale di una sua personale carriera di donna e madre, oggi invece la maternità è solo una delle componenti dell’identità femminile: in più, avere un bambino favorisce una certe dose di narcisismo personale, specialmente nelle coppie di età più avanzate. Se a 40 anni non riescono ad avere un figlio, rischiano una crisi interiore molto pesante: perciò diventare genitori aiuta”.

Però i motivi di questa mancata maternità non ricadono solo ed esclusivamente sul gentil sesso?
“Certamente no” assicura la professoressa Simonelli. “Non poter avere un figlio, per una donna, può nascondere l’evenienza oggi più probabile: quella di non riuscire a trovare l’uomo giusto con cui procreare anche a 40 anni. La conseguenza per lei? Si dedicherà ancora di più – con grande determinazione – al proprio lavoro, alla carriera, alla realizzazione professionale, che non diventa – si badi bene – la classica valvola di sfogo: per una donna che non può diventare madre, il lavoro è una gratificazione della propria immagine personale al cospetto della società. E’ la prova che queste donne non vanno colpevolizzate troppo facilmente: meglio indagare più a fondo nel loro animo”.
“E’ anche vero – aggiunge la dottoressa Mencaglia – che le coppie di vent’anni fa erano mediamente più giovani e si avviavano alla convivenza e al matrimonio in età più precoce. Avevano anche una buona autonomia economica: oggi non è così. L’indipendenza economica si raggiunge più tardi, in entrambi i sessi. Poi, quando la donna cresce, aumentano anche le sue esigenze e magari non riesce a trovarsi il compagno giusto per condividere la gioia di un figlio. C’è di più: quando, dopo tanto tempo, si riesce a raggiungere l’indipendenza economica, passa la fretta di voler diventare genitori perché, uomini e donne, vogliono godersela di più, questa sospirata libertà dalle famiglie d’origine”.

Esistono anche quelle che rimandano il figlio mentre “lui” vorrebbe diventare padre. Qui come la mettiamo?
“E’ vera anche questa possibilità” riconosce Chiara Simonelli. “E’ molto facile che, in questi casi, la donna faccia il seguente ragionamento: “Non divento madre perché non mi va di farmi risucchiare nel ruolo della casalinga tout court”. Succede, infatti, che superato il periodo di grande euforia, immediatamente successivo alla maternità, ci si veda crollare il mondo addosso: si deve ritornare al lavoro, uscire dal ruolo di “semplice mamma”, occuparsi anche di tutto il resto. Fare la mamma è un lavoro vero e proprio, a 360 gradi”.
“Ho visto coppie in cui la donna 30enne voleva fortemente un figlio, mentre il partner, con una decina d’anni di più, non ne voleva sapere perché giudicavano questa possibilità prematura” commenta Emanuela Mencaglia. “D’altra parte, nelle coppie di coetanei, fra uomo e donne, spesso non coincidono tempi e desideri per fare un figlio. Fra i 30enni di solito è lei che nicchia, non si sente pronta, mentre lui vorrebbe… ma non sempre è così. Se poi è solo la donna a manifestare questo desiderio, la situazione potrebbe diventare pesante nel caso in cui l’uomo non fornisse il suo aiuto: il peso per lei diverrebbe insostenibile”.

Quali soluzioni suggerisce per una maternità meno onerosa che consenta alla donna di continuare ad avere un ruolo sociale proficuo?
Risponde Chiara Simonelli: “Immagino un’utopia: la società intera dovrebbe condividere tutte le maternità. In omaggio alla questione delle pari opportunità, proporrei un massiccio ingresso degli uomini nelle professioni tipicamente femminili, come ad esempio l’insegnante di scuola elementare. Si dovrebbe, in definitiva, fare in modo di riequilibrare la bilancia dei sessi, arrestando lo strapotere femminile nella gestione delle nascite e della maternità, ricavando spazi adeguati per i padri, i quali trascorrono pochissimo tempo con i loro figli, delegando in tutto e per tutto alle madri. Infine, toccherebbe allo Stato e agli enti di assistenza fare la loro parte, favorendo e sostenendo il ruolo delle donne madri e lavoratrici, con strutture ed iniziative adeguate”.
“Vedo positivamente – conclude Emanuela Mencaglia – il fatto che oggi, nonostante gli allarmi ricorrenti sulla natalità zero, i figli siano più “voluti” in famiglia: non “capitano” come accadeva una volta… Se, poi, una madre può permettersi di tenere insieme lavoro e creatura insieme, andando avanti con una sana maternità, potrà avere un ideale completamento della sua vita. Se invece l’arrivo del pargolo complica le cose, l’organizzazione del lavoro, orari strani, baby sitter o nonni, con il compagno che si defila, beh… . allora la povera madre dovrà farsi un training autogeno ogni volta che entra in casa”.

A cura di Umberto Gambino

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