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08 Ottobre 2008

Gronda: frequenza cardiaca e rischio cardiovascolare

Il legame tra i battiti del cuore in un minuto e le malattie non è semplice come potrebbe sembrare. I risultati dello studio "Beautiful" sulla frequenza cardiaca, fattore importante nella salute della persona.

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La frequenza cardiaca, cioè i battiti del cuore in un minuto, è diventata popolare grazie ai risultati dello studio "Beautiful", diffusi recentemente al Congresso della Società Europea di Cardiologia. Secondo questa ricerca, chi ha una frequenza cardiaca elevata, sarebbe a maggior rischio di sviluppare malattie cardiovascolari. In realtà la questione non è così semplice come appare, ma merita alcuni distinguo, di cui abbiamo parlato con il dott. Edoardo Gronda, cardiologo.

Dott. Gronda, cos’è lo studio Beautiful?
“Si tratta di una ricerca iniziata nel 2004 e durata 4 anni, che ha coinvolto quasi 11.000 persone affette da malattia coronarica, in 33 Paesi di tutto il mondo. Lo studio ha indagato l’efficacia di una nuova molecola messa a punto in Italia, l’ivabridina, capace di ridurre appunto la frequenza cardiaca nelle persone che già soffrono di una malattia coronarica (ad esempio hanno già avuto un infarto), senza influenzare la funzione contrattile del muscolo cardiaco”.

Cosa ha dimostrato lo studio?
“Con lo studio BEAUTIFUL si è visto che nei malati che hanno una frequenza cardiaca più elevata, cioè superiore a 70 battiti al minuto, l’impiego di ivabridina riduce del 36% il rischio di infarto, che in queste persone cresce del 46% rispetto a chi ha una frequenza cardiaca inferiore”.

Questo significa che chiunque abbia più di 70 pulsazioni al minuto è a rischio di infarto?
“No, bisogna innanzitutto precisare che nelle persone sane la frequenza cardiaca è considerata normale quando è compresa tra 50 e 90 battiti al minuto. Ci sono molte variabili personali, infatti, che possono influenzarla. Nelle donne, ad esempio, è di solito più alta che negli uomini, eppure hanno in media una vita più lunga”.

Come sapere, quindi, se si corrono dei rischi?
“Direi che è vietato fare delle autodiagnosi. Per sapere se veramente si corre il rischio di sviluppare una malattia coronarica, bisogna prendere in considerazione diversi fattori, tra cui l’età, il sesso (gli uomini sono più a rischio), i livelli di colesterolo del sangue, i valori della pressione, la presenza di diabete, l’abitudine al fumo, lo stile di vita. Oggi esistono delle vere e proprie tabelle che correlando tra loro questi fattori possono indicare in quale fascia di rischio ci si colloca. Deve però essere il medico a leggerle e a valutarle anche per le persone sane”.

Ma allora perché si va alla ricerca di nuovi fattori di rischio, come appunto la frequenza cardiaca?
“Oggi si sa che chi ha diversi fattori di rischio può sviluppare più facilmente della media una malattia cardiovascolare. Si sa però anche che ci sono persone che pur avendo questi fattori di rischio non si ammalano. La ricerca allora si chiede il perché di questa apparente incongruenza ed indaga altri parametri. Uno di questi potrebbe essere la frequenza cardiaca, ma non per tutti”.

Cioè in quali casi?
“Ad esempio nelle persone che hanno già avuto un episodio cardiovascolare, come un infarto. Un’elevata frequenza cardiaca, infatti, aumenta il consumo di ossigeno da parte delle cellule del muscolo cardiaco. Se già ci sono dei problemi per cui l’afflusso di sangue ossigenato al cuore è ridotto (ad esempio perché le coronarie che portano il sangue al cuore sono parzialmente occluse), è chiaro che una frequenza cardiaca elevata può peggiorare la situazione e aumentare i rischi per la salute”.

Cosa si può fare in questi casi?
“Fino ad oggi si somministravano i beta bloccanti, farmaci che agiscono su alcuni recettori del cuore coinvolti anch’essi nell’attivazione del segnale elettrico che controlla la frequenza cardiaca. Questi medicinali, insomma, sono capaci di ridurre il numero di battiti al minuto, ma possono dare effetti collaterali a volte non tollerati. Come la riduzione dell’efficienza di contrazione del muscolo cardiaco o a carico di altri apparati, ad esempio quello respiratorio in cui possono determinare broncospasmo. Con l’arrivo dell’ivabridina, che agisce riducendo il numero di battiti del cuore con un meccanismo diverso da quello dei beta bloccanti, si consegue l’effetto sulla frequenza cardiaca evitando alti possibili azioni collaterali indesiderate. Naturalmente deve essere il medico a valutare se e quando serve assumere questo medicinale”.

E chi sta bene ma ha una frequenza superiore ai 70 battiti al minuto cosa deve fare?
“Come abbiamo detto fino a 90 battiti al minuti si rientra nella norma. Può però servire praticare regolarmente sport. In questo modo l’efficienza del singolo battito cardiaco aumenta. In pratica il cuore riesce a pompare più sangue con un solo battito. Il risultato è che gradualmente si riduce la frequenza cardiaca in modo fisiologico. Non ha senso, invece, assumere medicinali di alcun tipo per conseguire questo scopo”.


A cura di Silvia Rosselli


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