Parkinson, tempo è salute: perché è importante intervenire rapidamente

Il Parkinson è una malattia neurodegenerativa: dopo la comparsa dei sintomi la condizione peggiora nel tempo. Il tempo – scelto come tema per l’edizione del 2016 della Settimana del Cervello – nella malattia di Parkinson può giocare però anche a favore dei pazienti. Intervenire al momento giusto, nella diagnosi e anche nella cura, è fondamentale.

La malattia di Parkinson colpisce nel mondo circa 6,3 milioni di persone, poco meno dell’1% della popolazione, leggermente più uomini che donne. La diagnosi arriva più di frequente dopo i 60 anni ma un paziente su 10 è under 50: il Neuro Center di Humanitas segue ad esempio molti pazienti tra i 30 e i 40 anni.

Quando si dice Parkinson si pensa immediatamente al tremore, ma quest’associazione può essere fuorviante: «È bene ricordare che il tremore non è sempre presente e i campanelli d’allarme possono essere altri sintomi poco specifici come il dolore a una spalla, una contrattura del piede che si irrigidisce mentre camminiamo, una difficoltà a scrivere o a usare la tastiera del computer. Tutti sintomi di difficoltà di movimento, di rigidità e di dolore agli arti che sono tipici di Parkinson nei casi in cui non c’è tremore», spiega il professore Alberto Albanese, responsabile di Neurologia dell’ospedale Humanitas.

(Per approfondire leggi qui: Parkinson, deficit dell’olfatto e disturbi del sonno tra i segnali precoci)

Un recente studio dell’università di Umeå (Svezia) pubblicato su Plos One, ha addirittura associato il rischio di caduta e di frattura dell’anca alla diagnosi di Parkinson. L’aumento di questo rischio potrebbe infatti suggerire la presenza di un indebolimento neurodegenerativo clinicamente rilevante molti anni prima della diagnosi della malattia. Questo studio valorizza la presenza di minimi segni parkinsoniani, veri “mini-Parkinson” osservati negli anziani.

Perché per il Parkinson è importante diagnosticare e intervenire per tempo?

«È importante intervenire tempestivamente nella cura della malattia di Parkinson perché i pazienti possano godere di un futuro migliore e di una prognosi più lieve della malattia. Se diamo ai farmaci un po’ dell’onere del movimento questi aiutano il cervello a non stancarsi e così i neuroni, che sono affaticati nella malattia di Parkinson, risparmiano un po’ di lavoro», conclude lo specialista.

Alla Settimana del Cervello (14-20 marzo) aderiscono la Società italiana di Neurologia e l’ospedale Humanitas.

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