Malattie infiammatorie dell’intestino, le cure nei pazienti più giovani

Ricerca scientifica e sostanze sempre più specifiche utilizzate nella cura hanno modificato anche l'approccio stesso alla terapia.

Le recenti ricerche sulle malattie infiammatorie croniche dell’intestino hanno aperto la possibilità  per prospettive terapeutiche completamente innovative. “In precedenza ci ponevamo come obiettivo quello di ‘spegnere’ i linfociti attivati che potevano danneggiare l’intestino”, spiega il professor Silvio Danese, medico e ricercatore dell’Unità Operativa di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva dell’Istituto Clinico Humanitas, diretta dal prof. Alberto Malesci. “Oggi, grazie a queste scoperte, stiamo cercando di identificare il modo per bloccare le porte di accesso alle cellule del sistema immunitario, o comunque a regolarne la presenza, senza intervenire sui meccanismi generali. E speriamo presto di poter avere a disposizione alcuni di questi nuovi strumenti terapeutici. Attualmente ci sono una trentina di sostanze, a diversi stadi di sperimentazione clinica, che promettono di controllare l’infiammazione con meccanismi diversi”.

Colpire subito con le armi migliori
L’utilizzo di sostanze sempre più specifiche ha modificato anche l’approccio stesso alla terapia. “In passato si seguiva la cosiddetta step-up therapy”, prosegue Danese , “ovvero una cura che cominciava con la somministrazione di un farmaco piuttosto aspecifico, come l’aminosalicilato, un antinfiammatorio utilizzato direttamente a livello intestinale. Nel caso fosse insufficiente si passava prima agli steroidi, poi agli immunosoppressori e soltanto alla fine agli anti TNF. Adesso si tende ad agire subito con l’arma più potente a nostra disposizione, gli anti TNF, in particolare nei pazienti più giovani. Sembra che intervenendo in questo modo sui bambini, quando la malattia è ancora allo stadio iniziale e non si è ancora cronicizzata, gli effetti siano notevolmente migliori. Questo ci ha aiutato a comprendere anche che la patologia con il passare del tempo, oltre a diventare cronica, assume caratteristiche completamente diverse, che necessitano di approcci terapeutici differenti”.

Batteri fuori controllo
Un ulteriore scenario potrebbe nascere dalle scoperte più recenti sull’origine di queste malattie, in particolare nel caso del morbo di Crohn. Silvio Danese fa il punto su queste novità: “Abbiamo sempre pensato che il morbo di Crohn fosse associato a un eccesso di risposta immunitaria. Adesso abbiamo capito che esiste un gruppo di pazienti per i quali la patologia è correlata a un deficit dell’immunità , in particolare di quella innata. E’ proprio l’immunità innata che a livello dell’intestino ci permette di controllare la presenza dei batteri. L’assenza di questa barriera difensiva facilita la diffusione incontrollata dei patogeni e provoca, per compensazione, una riposta violenta dell’immunità specifica. Questo ci ha permesso di chiarire quanto sia determinante per lo sviluppo di queste patologie la mancanza di equilibrio tra la flora batterica e le cellule dell’intestino. Già nel 2002 era stato scoperto che molti di coloro che sono affetti dal morbo di Crohn, hanno un gene responsabile della produzione di un proteina specifica, che nelle cellule dell’epitelio ha proprio il compito di riconoscere i batteri. Il tentativo adesso è quello di trovare le sostanze adatte a rafforzare il sistema innato in questi casi. Alcune sperimentazioni in corso con farmaci impiegati in reumatologia, stanno dando i primi risultati positivi”.

Di Carlo Falciola

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