Emorroidi, tutte le soluzioni

Un problema diffuso che colpisce uomini e donne a diverse età. Anche se non si tratta di una malattia grave, è bene non trascurare la presenza delle emorroidi e, se vi è sanguinamento, vanno sempre eseguite indagini diagnostiche per escludere la presenza di patologie più serie, fra cui i tumori del colon-retto. Vediamo quali sono le soluzioni che consentono di risolvere in maniera definitiva il problema delle emorroidi. Ne parliamo con il dott. Stefano Bona, responsabile della Sezione di Chirurgia Colo-Rettale dell’Unità Operativa di Chirurgia Generale e Mini-Invasiva diretta dal Prof. Riccardo Rosati.

Che cosa sono
“Le emorroidi – spiega il dottor Bona – sono una normale formazione anatomica del canale anale: si tratta di cuscinetti di tessuto morbido vascolare che assolvono a diverse funzioni, come il mantenimento della continenza. In condizioni normali la loro presenza non viene avvertita, mentre diventano fastidiose quando si gonfiano eccessivamente e provocano disturbi quali prolasso (cioè fuoriuscita delle emorroidi dal canale anale, ad esempio sotto sforzo), prurito, bruciore, dolore o sanguinamento. Le emorroidi possono andare incontro a complicazioni come la trombosi, coagulazione di sangue al loro interno che causa una crisi infiammatoria acuta molto dolorosa.
Esiste una classificazione delle emorroidi che le distingue a seconda dell’entità del prolasso:
– I stadio: emorroidi interne non prolassanti
– II stadio: emorroidi prolassanti ma spontaneamente riducibili
– III stadio: emorroidi prolassanti che richiedono la riduzione manuale
– IV stadio: emorroidi costantemente prolassate.
Si tratta di un problema molto diffuso: si dice che ‘quasi tutti’, prima o poi, manifestino nel corso della vita qualche problema di carattere emorroidario. Comunque, si ritiene che ne soffra circa un terzo della popolazione, con uguale distribuzione fra i due sessi. Le donne sono tuttavia più vulnerabili a causa della gravidanza, poiché circa il 40% ne soffre durante la gestazione o subito dopo il parto. In generale, le emorroidi sono più frequenti nei Paesi occidentali industrializzati, forse anche a causa dello scarso contenuto di fibre nella dieta”.

Da cosa sono causate
Non esiste un’unica causa di questa malattia: stipsi cronica, sedentarietà, sforzi eccessivi, gravidanza e parto, stazione eretta prolungata, alimentazione sono tutti fattori che possono scatenare questo disturbo o aggravarlo. Si può inoltre riconoscere una predisposizione personale o familiare alla debolezza del tessuto venoso. Il ruolo dell’alimentazione è duplice: se la dieta non è equilibrata e ricca di fibre (frutta e verdura) l’intestino non può funzionare correttamente; esistono poi cibi che hanno un’azione irritante sulle emorroidi (insaccati, alcol, cioccolato, spezie).

La diagnosi
“Le emorroidi – spiega il dott. Bona – sono il classico disturbo che spesso il paziente si autodiagnostica. E’ invece molto importante arrivare a una diagnosi certa che escluda altre patologie, ad esempio ragadi anali, fistole, ascessi o tumori del colon-retto. Se dopo una prima automedicazione con farmaci di solito prescritti dal medico di famiglia o dallo specialista il disturbo non scompare è necessario sottoporsi a una visita specialistica approfondita, dove si procede all’esplorazione rettale digitale e all’anoscopia o rettoscopia, cioè l’esame del canale anale o del retto attraverso uno strumento dotato di luce. Sarà lo specialista a consigliare l’esecuzione di altri esami diagnostici. I pazienti di età superiore a 40 anni che presentano un sanguinamento ano-rettale o altri fattori di rischio (ad esempio la familiarità di cancro del colon-retto) dovrebbero essere sottoposti a una colonscopia, uno strumento diagnostico indispensabile proprio per escludere la presenza di tumori al colon-retto.

Le soluzioni conservative
Non è possibile effettuare una vera e propria prevenzione delle emorroidi, ma si può cercare di limitarne i sintomi, agendo sui fattori alimentari e igienici e sulle abitudini di vita. “E’ indispensabile – consiglia il dott. Bona – svolgere una regolare attività fisica e seguire una dieta ricca di fibre (frutta, verdura, alimenti integrali), bere molta acqua ed evitare quei cibi che abbiamo visto avere un’azione irritante. Esistono poi dei farmaci, da assumere ciclicamente per via orale (fleboprotettori) o da applicare localmente sotto forma di pomate, supposte e microclisteri, che possono alleviare i sintomi. Un corretto stile di vita e l’utilizzo di farmaci appositi consentono a volte di limitare l’aggravarsi del disturbo e di rimandare il momento in cui sarà necessario intervenire chirurgicamente”.

Le soluzioni parachirurgiche e chirurgiche
“Nel caso di emorroidi iniziali (II stadio) è possibile ricorrere a tecniche parachirurgiche quali la legatura elastica e le iniezioni sclerosanti, procedure eseguibili in ambulatorio senza anestesia, ma la cui efficacia è a volte parziale e transitoria.
Se invece le emorroidi sono presenti in forma più seria (III e IV stadio), diventano talmente fastidiose da rendere necessario procedere all’intervento chirurgico, che si può svolgere in due modi.
Il metodo tradizionale (emorroidectomia secondo Milligan & Morgan) prevede l’asportazione delle emorroidi. E’ un intervento che si effettua in anestesia locale (iniezione di anestetico nella regione perianale, meglio se effettuata in sedazione) o in anestesia spinale o loco-regionale (puntura lombare). La prima soluzione è meno invasiva e viene spesso preferita. L’intervento tradizionale prevede in genere una degenza di 24 ore e un decorso post-operatorio piuttosto lungo (4-6 settimane) e doloroso, poiché le ferite vengono solitamente lasciate aperte o suturate solo parzialmente. E’ allora necessaria la somministrazione di analgesici per via endovenosa (nelle prime 12/24 ore) e successivamente per via orale; questi farmaci verranno assunti per un periodo variabile (8-10 giorni) in dosi decrescenti, secondo il bisogno. E’ importante seguire scrupolosamente le indicazioni fornite alla dimissione sull’uso di analgesici, lassativi e sulle norme igieniche di detersione e disinfezione.
Esiste un metodo alternativo all’intervento tradizionale, l’emorroidopessi secondo Longo, che utilizza un particolare strumento chirurgico (la suturatrice meccanica circolare o ‘stapler’) e viene effettuato da circa 10 anni. Questa procedura consente di riposizionare le emorroidi all’interno del canale anale, accorciando il rivestimento mucoso interno del retto, operando una sorta di ‘lifting’. La suturatrice, introdotta per via transanale, è in grado di asportare un cilindro di mucosa di circa tre-quattro centimetri e di suturare contemporaneamente i bordi, applicando una serie di piccole graffette metalliche, il tutto in tempi brevissimi. Questo intervento viene eseguito in anestesia locale con sedazione o in anestesia spinale o loco-regionale (puntura lombare). Anche in questo caso viene spesso preferita la prima soluzione, meno invasiva. Il vantaggio principale di questo metodo consiste in un decorso post-operatorio più semplice e veloce, con una notevole diminuzione del dolore, che richiede l’assunzione di farmaci analgesici solo per pochi giorni. La degenza in genere è di 24 ore, la guarigione si ottiene in tempi rapidi e la ripresa delle normali attività avviene in tempi molto più brevi rispetto alla chirurgia tradizionale.
In ogni caso sarà il chirurgo a decidere quale procedura intraprendere, perché l’intervento di Longo, malgrado i suoi indubbi vantaggi, potrebbe non essere sempre indicato a causa delle caratteristiche anatomiche delle emorroidi. Se ci sono tutte le condizioni favorevoli, è ormai assodato che l’emorroidopessi di Longo è la soluzione migliore per il paziente. Questo intervento, inoltre, può essere eseguito anche in caso di emorroidi recidive dopo l’intervento tradizionale”.

A cura di Elena Villa