Danese: conoscere le malattie infiammatorie dell’intestino

Un convegno organizzato dal Comune di Milano e dall'Associazione A.M.I.C.I. dedicato a queste patologie.

Colite ulcerosa e malattia di Crohn colpiscono nel nostro Paese circa 170.000 persone. Si tratta di patologie gastrointestinali invalidanti dal punto di vista psicologico e sociale, le cui cause sono in gran parte sconosciute e dalle quali non è ancora possibile guarire in via definitiva.
Per conoscerle meglio, capire come prevenirne le ricadute e quali terapie abbiamo oggi a disposizione per poterle curare, il Comune di Milano – Consiglio di Zona 6 e la Federazione Nazionale A.M.I.C.I., in collaborazione con l’Associazione A.M.I.C.I. Lombardia, hanno organizzato un incontro dal titolo “Conoscere le malattie infiammatorie croniche dell’intestino”. L’appuntamento è per sabato 30 giugno alle ore 10.30 presso l’Università Iulm, in via Carlo Bo a Milano.
Approfondiamo l’argomento col professor Silvio Danese, medico e ricercatore dell’Unità Operativa di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva dell’Istituto Clinico Humanitas, diretta dal prof. Alberto Malesci, e col presidente di A.M.I.C.I. Lombardia Davide Resnati.

Professor Danese, quali sono le malattie infiammatorie croniche dell’intestino?
“Le malattie infiammatorie croniche intestinali (in inglese ‘IBD’, inflammatory bowel disease), comprendono il morbo di Crohn e la rettocolite ulcerosa. Negli ultimi 10 anni la diagnosi di nuovi casi e il numero di ammalati in Italia sono aumentati di circa 20 volte. Le IBD colpiscono con la stessa frequenza i due sessi, con un esordio clinico che in genere si colloca fra i 15 e i 45 anni.
Si tratta di malattie a causa sconosciuta. L’ipotesi patogenetica prevalente è quella di una reazione immunologica abnorme da parte dell’intestino nei confronti di antigeni (per esempio batteri normalmente presenti nell’intestino). Questo squilibrio immunologico può instaurarsi per un’alterata interazione tra fattori genetici propri dell’individuo e fattori ambientali. Le IBD presentano una certa ‘familiarità’, ovvero la tendenza ad un maggior rischio nei parenti delle persone affette, ma non sono malattie ereditarie”.

Come si fa la diagnosi?
“Gli esami strumentali che aiutano una corretta diagnosi delle IBD sono: la colonscopia con eventuale ileoscopia retrograda; la definizione del quadro anatomo-patologico delle biopsie intestinali mediante esame istologico; l’ecografia addominale e dell’intestino con radiografia del tenue, tac enteroclisi o risonanza magnetica addominale; gli esami ematici (emocromo ed indici di infiammazione)”.

Come si curano?
“Le IBD sono malattie che necessitano di terapia di tipo medico, di stretta sorveglianza clinica e di un appropriato regime terapeutico. La terapia medica nelle forme non complicate si basa sull’uso di farmaci come mesalazina, cortisone, immunosoppressori, alcuni antibiotici ad azione sui batteri del tratto digerente, e sui farmaci biologici di nuova generazione. L’insorgenza di complicanze può porre l’indicazione alla terapia di tipo chirurgico (come nel caso di stenosi intestinali)”.

Presidente Resnati, quante persone soffrono di queste patologie in Italia?
“Si stima che nel nostro Paese siano affette da malattie infiammatorie croniche dell’intestino circa 170 mila persone. Negli ultimi anni c’è stato un incremento, sia per un’effettiva crescita delle persone malate sia per una maggiore capacità diagnostica”.

A quali difficoltà vanno incontro questi pazienti?
“Prima di tutto a una diagnosi spesso difficile e ritardata. Successivamente bisogna affrontare la cronicità di queste malattie, che costringono chi ne è affetto a cambiare il proprio stile di vita, a volte fin dall’età giovanile. Inoltre è necessario abituarsi a terapie farmacologiche protratte nel tempo, a controlli regolari e a eventuali interventi chirurgici. Le associazioni come la nostra cercano si dare un supporto fornendo informazioni scientifiche e pratiche attraverso pubblicazioni e convegni”.

Qual è il livello delle cure nel nostro Paese?
“In generale il livello scientifico è soddisfacente, ci sono buoni centri con specialisti molto preparati. Pure con le ovvie differenze territoriali. I problemi veri sono a livello della conoscenza presso il pubblico di queste malattie, ancora insufficiente. Questo comporta a delle discriminazioni verso i malati di IBD, ad esempio nei luoghi di lavoro. Infine occorrerebbero maggiori investimenti nella ricerca in questo settore, ancora poco considerato dalle istituzioni”.

A cura della Redazione