Danese: un test genetico per il Crohn

Un chip di DNA permette lo studio simultaneo, mediante laser, di 61 polimorfismi localizzati su 40 geni. Per predire il decorso della malattia ed individuare terapie più efficaci.

Prevedere con anticipo il decorso clinico del morbo di Crohn e della rettocolite ulcerosa, individuare terapie sempre più efficaci e personalizzate. Determinare, nei familiari dei pazienti, il grado di predisposizione allo sviluppo di queste malattie. Questi gli obiettivi di un nuovo test genetico per le malattie infiammatorie croniche intestinali in sperimentazione presso il Centro per le malattie infiammatorie croniche intestinali di Humanitas. L’Istituto di Rozzano è l’unico ospedale italiano coinvolto nel progetto europeo IBDchip finanziato dall’Unione europea e realizzato in collaborazione con il dott. Miquel Sans del Servicio de Gastroenterologìa del Hospital Clìnico de Barcelona.
Ne parliamo col professor Silvio Danese, medico e ricercatore dell’Unità Operativa di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva dell’Istituto Clinico Humanitas, diretta dal prof. Alberto Malesci.

Professor Danese, cosa sono le malattie infiammatorie croniche intestinali?
“Sono nello specifico il morbo di Crohn e la rettocolite ulcerosa. Si manifestano in modo diverso da paziente a paziente per sintomi, decorso clinico ed impatto sulla qualità di vita di chi ne è affetto. Colpiscono in Italia circa 200.000 persone. Negli ultimi dieci anni la diagnosi di nuovi casi e il numero di malati sono aumentati di 20 volte, colpendo con la stessa frequenza i due sessi, con un esordio clinico che in genere si colloca fra i 15 e i 45 anni. Fino ad oggi il trattamento e le scelte terapeutiche si sono concentrate sul decorso della malattia e sulle complicanze. L’obiettivo dei gastroenterologi è però avere a disposizione strumenti in grado di predire il decorso clinico delle malattie infiammatorie croniche intestinali, in modo da poter mettere a punto per ciascun paziente strategie di trattamento precoci e personalizzate evitando in alcuni casi lo sviluppo di complicanze”.

Qual è il ruolo della genetica in queste patologie?
“È ormai dimostrato che i fattori genetici giocano un ruolo molto importante nella fisiopatologia sia del morbo di Crohn sia della rettocolite ulcerosa. Negli ultimi anni, infatti, numerosi studi hanno dimostrato che diverse variazioni genetiche (polimorfismi) si associano ad un maggior rischio di sviluppare queste malattie, in presenza di uno specifico fenotipo (presentazione clinica di malattia) o complicanza, o ad una migliore risposta ad una determinata terapia farmacologica. Una soluzione a questo problema potrebbe venire proprio dall’IBDchip (IBD-inflammatory bowel disease, termine inglese per indicare le malattie infiammatorie croniche), un chip di DNA che permette lo studio simultaneo, mediante tecnologia laser, di 61 polimorfismi (SNPs) localizzati su 40 geni, selezionati per la loro potenziale influenza sulla suscettibilità a sviluppare morbo di Crohn o rettocolite ulcerosa. Nel caso in cui gli studi confermino i promettenti risultati iniziali, l’IBDchip potrebbe essere utilizzato routinariamente nella pratica clinica per poter predire in maniera personalizzata il decorso clinico di ciascun paziente ed individuare le terapie migliori in grado di interrompere e modificare la storia naturale della malattia. Ma non solo: determinare, nei familiari dei pazienti affetti da IBD, il grado di predisposizione allo sviluppo di queste malattie”.

Humanitas fra i centri di sperimentazione
Dopo i promettenti risultati di un primo studio di validazione tecnica, svoltosi in Spagna, è stata avviata una seconda fase per effettuare uno studio multicentrico allo scopo di raccogliere dati su una più ampia casistica. Il primo studio preliminare spagnolo ha avuto l’obiettivo di valutare l’utilità dell’IBDchip nel predire il decorso clinico e lo sviluppo di complicanze nei pazienti affetti da queste malattie. Lo studio ha valutato i profili genetici di 579 pazienti (335 affetti dal morbo di Crohn e 244 da rettocolite ulcerosa), tutti con almeno cinque anni di storia clinica di malattia. Nei pazienti con morbo di Crohn, l’IBDchip è stato in grado di discriminare il fenotipo fistolizzante e infiammatorio con una specificità del 95% e una sensibilità del 51%, e di individuare preventivamente i pazienti che avrebbero sviluppato malattia perianale, resezione intestinale, manifestazioni extraintestinali o resistenza ai corticosteroidi.
Nei pazienti con rettocolite ulcerosa, invece, l’IBDchip è stato in grado di identificare le persone che avrebbero subito una colectomia con una specificità del 95% e una sensibilità del 59%, e di individuare preventivamente coloro che avrebbero poi avuto manifestazioni extraintestinali o resistenza ai corticosteroidi.

Una ricerca europea
I risultati di questo studio hanno convinto l’Unione europea a includere il progetto nel Sesto Programma Quadro, stanziando un importante finanziamento per effettuare la seconda fase di ricerca, in cui è coinvolto il Centro per le malattie infiammatorie croniche intestinali coordinato dal dott. Danese. Insieme all’Istituto Clinico Humanitas, parteciperanno strutture quali University of Oxford (Gran Bretagna), Institut d’Investigacions Biomèdiques August Pi i Sunyer (Spagna), VUMC (Olanda), Innopsys (Francia), Katholieke Universiteit Leuven (Belgio), University Hospital Schleswig-Holstein (Germania) e General Teaching Hospital in Prague (Repubblica Ceca). In futuro è prevista anche una terza fase della ricerca, in collaborazione con gli USA e con il Giappone.

A cura della Redazione

Alle malattie infiammatorie croniche intestinali è dedicata la rubrica “Lo Specialista risponde” di marzo sul sito www.humanitas.it. È possibile inviare le domande al dott. Danese e leggere le risposte del dott. Alessandro Pizzocaro, andrologo di Humanitas, sul tema “Infertilità e stili di vita”. Un servizio in collaborazione con www.alice.it e la trasmissione “Essere e benessere” di Radio 24.