Fegato, dietro la cirrosi non solo l’abuso di alcol

L’abuso di alcol nel lungo periodo può portare all’insorgenza della cirrosi, una delle patologie più gravi che possono colpire il fegato. Fra le cause principali di questa malattia cronica, però, non c’è solo il consumo eccessivo e prolungato di bevande alcoliche. Ne parliamo con il dottor Roberto Ceriani, Responsabile della Sezione del Day Hospital epatologico ed Epatologia interventistica di Humanitas.

Cos’è la cirrosi

Il fegato è un organo fondamentale per la sopravvivenza dell’individuo. Dal suo lavoro dipendono molte funzioni dell’organismo legate, principalmente, alla digestione e al metabolismo. La cirrosi non fa altro che pregiudicare, nel tempo, il funzionamento del fegato. Si caratterizza per la presenza di tessuto cicatriziale (fibrosi) che rimpiazza gradualmente il tessuto sano dell’organo incapace, infine, di rigenerare le cellule danneggiate.

Il processo è lento e se nelle prime fasi il fegato mantiene la capacità di rigenerare le cellule e quindi di mantenere la sua funzionalità, negli stadi finali non riesce a funzionare più in maniera adeguata. I sintomi, infatti, vengono avvertiti con la progressione della patologia.

Alcol e grasso

La cirrosi può essere causata dal consumo di alcol elevato e costante negli anni: l’esposizione ripetuta a questa sostanza danneggia gradualmente il fegato. Il consumo quotidiano inferiore alle tre unità alcoliche nell’uomo e alle due unità nelle donne potrebbe non danneggiare il fegato mentre superare queste soglie può avere come conseguenza l’accumulo di grasso nel fegato e l’insorgenza di un processo infiammatorio. Dopo una decina d’anni l’infiammazione e il grasso possono portare alla cirrosi.

Non superare le 2-3 unità al giorno è generalmente un consiglio valido per la prevenzione: «C’è una differenza di genere per una maggiore vulnerabilità di quello femminile. Anche l’assunzione di bevande alcoliche fuori dai pasti comporta un rischio di epatopatia alcolica superiore a quello determinato dall’assunzione della medesima quantità durante i pasti. Inoltre, esistono differenze genetiche e legate allo stato socio-economico», sottolinea il dottor Ceriani.

(Per approfondire leggi qui: Fegato, i cibi che lo proteggono)

Il fegato grasso può svilupparsi anche in individui in cui il consumo di alcool è nullo o modesto (inferiore alle 2-3 unità al giorno) si parla in questo caso di malattia epatica steatosica non alcolica (NAFLD) ed è associata alla sindrome metabolica e quindi alle condizioni cliniche che la caratterizzano come l’obesità, il diabete e le dislipidemie (ad esempio l’ipercolesterolemia).  

La NAFLD comprende un ampio spettro di patologie che vanno dalla semplice steatosi, a prognosi generalmente benigna, alla steatoepatite (NASH) caratterizzata da infiammazione e fibrosi (cicatrici) di vario grado fino alla vera e propria cirrosi. Per la sua prevenzione è soprattutto importante mantenere un peso nella norma grazie a un’alimentazione sana: «L’obiettivo primario nella prevenzione e cura della NAFLD e quello di migliorare l’insulino resistenza e il compenso delle malattie caratteristiche della sindrome metabolica. Il primo approccio è la modificazione dello stile di vita, con un incremento dell’attività fisica giornaliera, che deve essere costante nel tempo, e un controllo dell’introito calorico al fine di favorire il calo di peso. In alcuni pazienti a rischio come i diabetici e obesi sono riservate terapie farmacologiche», ricorda lo specialista.

Infezioni virali

Frequenti cause di cirrosi sono le infezioni croniche da virus epatotropi, con un ruolo predominante dei virus dell’epatite B e C. Il virus D o delta, più raro, può coinfettare o sovrainfettare un’epatite cronica B. I virus che si trasmettono con gli alimenti infetti sono A ed E ma solo quest’ultimo è stato correlato a possibile formazione di cirrosi.

(Per approfondire leggi qui: Fegato grasso, cuore a rischio?)

Le epatiti croniche virali B, B+D e C portano a alla cirrosi se non curate? «La profilassi dell’epatite B, e conseguentemente anche della B+D (delta) – spiega il conclusione il dottor Ceriani – è garantita nella quasi totalità dei casi dalla vaccinazione che in Italia è obbligatoria dal 1991. Per l’infezione da HCV non esiste ancora un vaccino pertanto non è possibile una profilassi, per fortuna attualmente esiste una terapia antivirale che permette la guarigione nella quasi totalità dei pazienti affetti da infezione ed epatite cronica C».