Tumore al colon-retto, lo stile di vita è più determinante dei geni?

Dieta, attività fisica e peso corporeo contano più della genetica nel definire il rischio di sviluppare un tumore al colon-retto. Modificare lo stile di vita in un senso più salutare può controbilanciare la presenza di variazioni genetiche “avverse”. A suggerirlo è un gruppo di ricercatori del Bellvitge Biomedical Research Institute di Barcellona (Spagna) in uno studio pubblicato su Scientific Reports.

Gli scienziati hanno messo a punto un modello matematico sul rischio di cancro al colon retto che combina informazioni genetiche e sugli stili di vita. Sono state raccolte informazioni relative a poco più di 10mila individui che avevano partecipato a un vecchio studio spagnolo, su alimentazione, esercizio fisico, Indice di massa corporea e familiarità, tra le altre cose. Per definire invece la predisposizione genetica a sviluppare questa neoplasia sono stati analizzati campioni di sangue di un gruppo di 1336 pazienti con tumore al colon-retto e di 2744 controlli.

Screening per tumore colon retto basato solo sull’età

Dal modello matematico è emerso che lo stile di vita influenza più della genetica il rischio di tumore. In particolare è stato calcolato che se un fattore di rischio associato allo stile di vita cambia in senso positivo questo può compensare la presenza di quattro variazioni genetiche associate alla predisposizione al rischio oncologico.

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Gli stili di vita sono importantissimi e modificarli lo è ancora di più. Grazie a questo modello, suggeriscono i ricercatori, si potrebbero affinare i programmi di screening e definire meglio il profilo di rischio della popolazione.

«Ci sono sempre maggiori evidenze scientifiche che obesità, fumo, sedentarietà e abitudini dietetiche scorrette aumentino il rischio di sviluppare un tumore del colon, anche se attualmente le modalità di screening si basano sostanzialmente sull’età, in relazione alla quale le campagne di prevenzione si rivolgono principalmente a soggetti di età maggiore di 50 anni», risponde il professor Antonino Spinelli, responsabile di Chirurgia del Colon e del Retto di Humanitas e docente di Humanitas University. «Nonostante gli screening abbiano dimostrato una buona efficacia nella prevenzione dei tumori, sarebbe necessario adattare il tipo di indagini diagnostiche al profilo di rischio di ciascuna persona, che include non solo l’età ma anche i rischi ambientali e le abitudini di vita. È stato infatti dimostrato che la familiarità neoplastica si basa non solo sulla condivisione del patrimonio genetico ma anche sulla condivisione di stili di vita scorretti che influenzano e potenziano l’espressione dei geni nel senso di una proliferazione cellulare incontrollata».

Scegliere uno stile di vita salutare potrebbe “compensare” la presenza di geni “cattivi”?

«È stato dimostrato come dieta e stili di vita siano importanti non solo nella prevenzione primaria dello sviluppo del tumore ma anche nella prevenzione delle recidive. Fumo, consumo alcolico, obesità, scarsa attività fisica, dieta ricca di carne e povera di fibre giocano un ruolo molto importante anche nel determinare il tasso di sopravvivenza dopo chirurgia curativa, più della predisposizione genetica allo sviluppo della malattia», risponde lo specialista.

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«L’obesità addominale – conclude il professor Spinelli – sembra essere il fattore più rilevante, condizionando uno stato di insulino-resistenza e infiammazione cronica che stimolano la proliferazione cellulare. Recenti studi condotti sui microRNA, molecole coinvolte nella regolazione dell’espressione genica, hanno evidenziato come la loro produzione sia influenzata in modo significativo dalle abitudini di vita. Questo conferma ancora una volta che l’adozione di uno stile di vita sano può ridurre in maniera rilevante sia l’incidenza delle neoplasie, che il tasso di recidiva dopo terapie mediche e chirurgiche efficaci».