Allattamento, cambia spesso la posizione del bebè per evitare gli ingorghi

L’allattamento al seno è una buona pratica che tutte le donne dovrebbero eseguire sin da dopo il parto. L’Organizzazione mondiale della Sanità lo raccomanda fino ai 6 mesi di età del bambino in modo esclusivo e fino ai 2 anni se mamma e bambino lo desiderano. I vantaggi per il piccolo sono numerosi in termini nutrizionali e di sostegno alle difese immunitarie, per esempio. A volte, però, per la donna l’allattamento al seno può diventare fastidioso e anche doloroso. Tra i principali problemi che possono ostacolare l’allattamento – oltre alle ragadi, ovvero delle piccole fessurazioni al capezzolo – ci sono la mastite e l’ingorgo mammario.

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«Se la mamma produce più latte di quanto il bambino ne riesce a prendere allora potrebbe formarsi un ingorgo mammario», spiega la dottoressa Suzanne Veehof, neonatologa dell’ospedale Humanitas San Pio X. Tutto ciò che ostacola l’allattamento può aumentare il rischio di ingorgo: se ad esempio si sono formate le ragadi e la suzione è fonte di dolore o se la rimozione del latte è ritardata, «se il bebè non si attacca perfettamente al seno e quindi non lo svuota completamente. Per questi motivi – sottolinea la specialista – bisognerebbe dar da mangiare al piccolo più spesso e controllare che si attacchi bene al seno».

In quale altro modo si può prevenire l’ingorgo?

«Un consiglio utile è quello di cambiare la posizione del bambino diverse volte durante l’allattamento per svuotare tutte le aree del seno. Una volta sorto, invece, gli impacchi caldi e freddi possono essere vantaggiosi per la neo-mamma. Quelli caldi – precisa la dottoressa Veehof – aiutano proprio a svuotare il seno mentre quelli freddi a trattare gli edemi e ad alleviare il dolore».

Spremitura manuale del seno e tiralatte sono due soluzioni efficaci in caso di ingorgo mammario? «La spremitura certamente può aiutare la donna perché può risolvere l’ingorgo, mentre il tiralatte può addirittura peggiorare la situazione in quanto stimola l’ulteriore produzione di latte».

(Per approfondire leggi qui: Allattamento seno, Oms: “Evitabili 20mila morti per tumore al seno”)

Un altro inconveniente per la neo-mamma, sempre correlato all’incompleto drenaggio del latte, è la mastite, ovvero un’infiammazione della ghiandola mammaria dovuta a un’infezione batterica. Il disturbo sorge in particolare nelle prime settimane dopo il parto e l’ingorgo mammario è un fattore di rischio: «Se l’ingorgo permane la mamma può andare incontro alla mastite. E anche le ragadi al capezzolo possono favorire l’infezione», aggiunge la dottoressa Veehof.

I sintomi della mastite sono diversi dall’ingorgo

«La mastite si accompagna a brividi, febbre e malessere generale. Il suo trattamento richiede l’assunzione di antibiotici, analgesici e antipiretici. Anche in questo caso si può ricorrere agli impacchi da applicare alla zona infetta e arrossata e al cambio di posizione del bambino per svuotare completamente il seno».

La mastite può costringere la mamma a non allattare più? «Se la mastite non è trattata in maniera adeguata allora la mamma potrà smettere di allattare. Ma la mastite generalmente non è una controindicazione ai pasti al seno. Tutt’altro. Se si continua a dare il latte, se la mamma si riposa e assume i farmaci, l’allattamento aiuterà anche il processo di guarigione», conclude la specialista.