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13 Febbraio 2008

Anca, quando la protesi risolve l'artrosi

In presenza di artrosi all’articolazione dell’anca la qualità di vita del paziente risulta fortemente compromessa: dolori, difficoltà a camminare e a compiere i più semplici movimenti della

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In presenza di artrosi all’articolazione dell’anca la qualità di vita del paziente risulta fortemente compromessa: dolori, difficoltà a camminare e a compiere i più semplici movimenti della vita quotidiana, come fare le scale o allacciarsi le scarpe. L’intervento di sostituzione protesica dell’articolazione danneggiata rappresenta allora la soluzione. L’innovazione nei materiali (protesi in lega di titanio che durano molti anni) e nelle tecniche (interventi mini-invasivi) consentono al paziente di tornare a una vita normale. Ne parliamo con gli specialisti di Chirurgia Protesica dell’Anca di Humanitas.

Quali sono i danni da artrosi?
“L’artrosi rappresenta il motivo principale del ricorso all’intervento di sostituzione mediante protesi dell’articolazione dell’anca. Quando una o più parti dell’anca sono danneggiate, il movimento diviene difficile e si verifica come un ‘grippaggio’ tra le due superfici articolari. Con il passare del tempo oltre all’usura della cartilagine, si danneggia anche l’osso sottostante e questo peggiora ulteriormente la mobilità. In questo modo l’artrosi determina dolore, soprattutto al carico, e limitazione progressiva dell’articolarità e della forza. La persona dapprima lamenta dolore solo nell’effettuare alcuni movimenti particolari o dopo aver camminato a lungo o alla fine di una giornata passata in piedi. Col tempo riuscirà a percorrere solo brevi distanze e non riuscirà più a fare le scale, alzarsi da seduto, accovacciarsi, allacciarsi le scarpe o mettersi le calze, guidare la macchina, il tutto con dolore progressivo e possibili cedimenti dell’arto, fino a rendere necessario anche l’utilizzo del bastone o della stampella. Pertanto l’instaurarsi dell’artrosi determina la perdita progressiva dell’autonomia deambulatoria con notevole riduzione della qualità di vita”.

Quando intervenire?
“L’indicazione del chirurgo sull’opportunità di procedere all’intervento si basa sulla storia clinica, sull’esame fisico, sulla valutazione delle immagini strumentali, sulle aspettative e richieste del singolo paziente. Di regola il danno articolare dovuto a questa malattia è progressivo e comporta col tempo una sempre più grave limitazione funzionale e un aumento del dolore. È utile, nelle fasi iniziali della malattia, impostare trattamenti rieducativi e posturali, programmi riabilitativi, cure fisiche, terapie farmacologiche e infiltrazioni intrarticolari con nuovi farmaci per la cartilagine. Al momento la possibilità di ricorrere all’utilizzo delle biotecnologie per il rimodellamento delle superfici articolari è ancora remota. Oltre un certo grado di danno l’unica soluzione valida attuale è rappresentata dalla sostituzione protesica dell’anca. Ma la funzione dell’articolazione può essere ripristinata in maniera soddisfacente solo intervenendo in tempi appropriati. Aspettare troppo può comportare un intervento con rischi e tempi operatori maggiori o talvolta la necessità di ricorrere a soluzioni chirurgiche tecnicamente più complesse e meno valide dal punto di vista funzionale. Inoltre va previsto un periodo di riabilitazione più difficoltoso, lungo e impegnativo, spesso con un risultato finale inferiore alle attese”.

Serve un’attenta valutazione
“Per quanto la tecnica chirurgica sia ormai ben codificata, la protesi dell’anca rappresenta sempre un intervento di chirurgia ortopedica maggiore. In linea teorica è possibile eseguire l’intervento in quasi tutti i casi, grazie allo sviluppo delle tecniche operatorie e alla disponibilità di differenti impianti protesici, sempre più perfezionati e adattabili. Per effettuare l’intervento risulta indispensabile stabilire preventivamente l’idoneità del paziente e il reale vantaggio che può avere dall’intervento. Va inoltre verificata la possibilità di eseguire una corretta riabilitazione, indipendentemente dall’età.
I presupposti fondamentali per l’idoneità sono la valutazione dei rischi personali connessi all’intervento specifico, il fatto cioè che il paziente possa superare l’atto operatorio e la successiva riabilitazione con ampio margine di certezza del risultato e di sicurezza. Pertanto è fondamentale valutare la presenza e la gravità di patologie sistemiche, i fattori di rischio pregressi o potenziali, allergie a farmaci, anestetici, o metalli. Tutti questi elementi possono compromettere il risultato finale dell’intervento”.

Quali sono i risultati?
“Con questa soluzione chirurgica è possibile ottenere nel 99% dei casi un buon risultato clinico e radiografico e consentire a molti pazienti il ritorno a una vita normale. Viene eliminato o molto ridotto il dolore, aumenta la forza dell’arto e si recupera un movimento maggiore. Anche nei pazienti più anziani, dopo un adeguato periodo riabilitativo, la protesi permette la ripresa ottimale delle attività quotidiane e il miglioramento della qualità di vita. Nei pazienti più giovani, oltre all’attività lavorativa, è anche possibile la ripresa di attività sportive a basso impatto. Questi effetti durano a lungo nel tempo, a condizione che venga preservata la funzionalità articolare raggiunta dopo la riabilitazione ed evitati i sovraccarichi continui e/o ripetitivi. Questo perché le protesi d’anca attuali possono durare molti anni, grazie anche all’introduzione di materiali innovativi (come ad esempio il tantanio) e di nuovi modelli”.

Il dott. Damiano Ricci, Aiuto dell’Unità Operativa di Chirurgia Protesica, spiega infine le possibilità di interventi mini-invasivi.
“L’intervento di protesi totale d’anca consiste nella sostituzione completa dell’articolazione utilizzando delle protesi in metallo. Attualmente le protesi maggiormente utilizzate sono costruite in lega di titanio, ma possono anche venire cementate all’osso protesi di differenti leghe metalliche. Esistono anche protesi ‘modulari’, cioè formate da parti distinte che vengono assemblate al momento per adattarsi meglio all’anatomia del singolo paziente ed evitano, qualora ve ne fosse la necessità, di sostituire tutto l’impianto.
Ulteriori innovazioni si stanno affermando nel campo protesico: tra queste le più significative sono rappresentate dagli interventi di tipo conservativo e dalla chirurgia mini-invasiva. Nel primo caso non viene più sostituito il collo del femore, ma dopo un’adeguata preparazione della testa femorale danneggiata la si riveste con la protesi senza asportarla, ristabilendo condizioni di attrito e geometrie accettabili e risparmiando tessuto osseo. Con l’utilizzo delle tecniche mini-invasive si esegue sempre il posizionamento di una protesi completa di tipo tradizionale, però riducendo al minimo il trauma chirurgico. Il risparmio dei tessuti molli e la riduzione delle perdite di sangue determinano una minor durata del ricovero e tempi di recupero più rapidi. L’intervento di protesi d’anca viene di norma praticato in anestesia loco-regionale associata o meno a sedazione, ma in relazione al singolo caso è facoltà dell’anestesista la scelta di soluzioni alternative”.


A cura di Elena Villa


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